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Non abbiamo nessuna stanza tutta per noi

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“…la prosaica conclusione – che per poter scrivere romanzi o poesie servono cinquecento sterline l’anno e una stanza con una serratura alla porta…”

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé.

Ho subito pensato a lei quando ieri mi sono imbattuta nell’ennesimo articolo che sottolineava la mancanza delle donne nella rosa dei premi letterari più prestigiosi o nella massiva produzione di romanzi. Ci ricordavano ancora una volta che scriviamo troppo poco e che la letteratura, nel ventunesimo secolo, è ancora un mondo prettamente maschile. Forse questo potrebbe cambiare se almeno tutti ci impegnassimo almeno un po’ a smetterla di ghettizzare la produzione letteraria firmata da donne come “letteratura femminile”. Usiamo la stessa materia umana, gli stessi sentimenti, lo stesso codice comunicativo, quindi sinceramente non vedo nessuna differenza.
Povera Virginia, il suo saggio ancora oggi passa inosservato e soprattutto, cosa ancora più grave, non siamo riuscite nonostante anni di lotta ad ottenere le nostre cinquecento sterline e la nostra stanza chiusa da una serratura per cercare di aprire il nostro universo, che vi assicuro è meraviglioso.
Vediamo un po’, io ci ho provato a scrivere una storia, una storia che parlasse delle donne e che le celebrasse nella loro forza e nel loro coraggio. Nessuno dei grandi editori si è degnato di inviarmi una lettera o una mail nella quale fossero spiegati i motivi di una mancata pubblicazione. Non avrei preteso di ricevere chissà quali complimenti, lo so che gli esordienti e le donne non posso avere voce in capitolo, ma avrei tanto voluto, da questi signori che sottolineano la mancanza delle donne in letteratura, alcuni consigli per crescere e migliorare.
Io una stanza tutta per me non ce l’ho; quella nella quale dormo sulla carta non è nemmeno mia. Cari signori che parlate di letteratura femminile, qui la battaglia è ancora dura, qui la situazione è davvero grave, siamo in trincea. Pensate, se tra qualche mese io scegliessi di ascoltare i consigli del mio ministro alla salute, una donna, che mi ricorda che la fertilità potrebbe essere già compromessa dalla mia età biologica e scegliessi di fare un figlio, non soltanto non avrei una stanza tutta per me, ma verrebbero meno anche le cinquecento sterline che riesco a mettere insieme con uno stupido lavoro part-time.
Siamo donne e siamo arrabbiate. Non continuate a provocarci stupidi sfoghi ormonali. Aiutateci a scrivere e a pubblicare, credendo nel nostro talento e non nel bonifico che siamo obbligati a fare per pubblicare, per vedere realizzato un sogno a pagamento. Abbiamo tante cose da raccontare, non abbiate paura, prima o poi saremo tante, ci serve solo quella stanza e quelle maledette cinquecento sterline.

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Scritti di Notte: Lisbona

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Con molto piacere condiviso sul mio blog il racconto che ieri sera mi sono divertita a scrivere sulle note del Fado, sotto un cielo di stelle e con un bicchiere di Porto, durante la serata di Letti di Notte!!!

Grazie al Presidio del Libro di Veglie per avermi regalato la possibilità di questo viaggio tra le strade e i profumi di Lisbona. Ecco il  racconto….

 

letti
Aveva sentito da qualche parte, negli ultimi giorni tempestosi della sua vita, il richiamo di quella terra. L’aveva ascoltato durante le ultime violente tempeste che si erano abbattute su di lei, feroci e affamate. Ed ora, arrivando dal mare in quel mattino sbiadito di inizio estate, quando i suoi pensieri si erano confusi alle onde, aveva sentito una donna cantare un intreccio di note e tristezza. I sentimenti si erano increspati, annodandosi come violente correnti marine, profonde, malefiche. Poi il porto si era aperto davanti ai suoi occhi, cangiante e sospettoso.
Al cospetto di quell’abbraccio di piccole gocce di colore traballanti sull’acqua, Isabel aveva sciolto i suoi lunghi capelli neri. Era finalmente sola. Sola e libera. I suoi occhi accarezzarono il profilo femminile di quella città. Lisbona era ai suoi piedi; la città della luce l’accoglieva, dandole il benvenuto. Forse sarebbero stati proprio quei colori a sanare il buio della sua anima. Si sarebbe lasciata sedurre e poi si sarebbe persa in quel gomitolo di strade attorcigliate, avrebbe mangiato i frutti di quella nuova terra e forse avrebbe capito il dolore che era chiuso in un punto lontano della sua anima.
Una voce arrivò dal magma dei ricordi.
Isabel, sono sicuro, un giorno capirai. Capirai la mia scelta e l’amore che provo per te”.
Una donna vestita di nero fece roteare il suo scialle nell’aria, chiudendo il corpo in quell’ombra di tessuto. Poi guardò Isabel:
“Devi fare attenzione, potresti scivolare!!!”
Si sentì protetta, dopo tanto tempo.
Lisbona la ingoiò. Le sue chiese ricamate come drappi nuziali preziosi la incantarono; quelle piccole conchiglie incastrate nella pietra la sedussero e le ricordarono che la bellezza nasce sempre dal pericolo, come le perle.
Aveva voglia di evadere, spostare il suo corpo oltre, scomparire. Così come facevano i tram nelle membra arrotolate di quella città straniera, nella quale aveva trovato un nascondiglio perfetto. Carichi di persone colorate salivano e scendevano in quella monotona carezza di cambiamenti. Scorrevano come capillari carichi di sangue, colmi di ossigeno, pronti ad alimentare un movimento di uomini verso il cuore pulsante di quella capitale. Intanto la sera era scesa e aveva colorato di rosso i profili delle case spennellati di bucati stesi ad asciugare, le ombre si erano impastate alla pietra ed ora sembravano profumare.
Una donna ricamata appena contro la penombra del locale l’accolse con un enorme sorriso spalmato di rosso, porgendole un calice di Porto. L’aria sapeva di salsedine, sudore ed alcol. Le luci accarezzavano i volti dei turisti e l’aria ondeggiava di nostalgia contro le corde di una chitarra.
Accettò il bicchiere per pura cortesia e lo portò con sé al tavolo, cercando di nascondersi tra il chiacchiericcio isterico delle persone che erano nel locale. Sarebbe stata sicuramente meglio se quel nodo aggrappato alla gola fosse caduto nello stomaco spinto dall’alcol e dal profumo fruttato di quel vino. Una compagnia di ragazzi italiani urlava mentre si infilzava di baccalà fritto; un distinto sessantenne affondava la sua lingua tremante oltre le labbra di una bellissima ragazza appena conosciuta, che aveva, però, già consumato la sua voglia d’amore con altri clienti.
Una voce stropicciata dal fumo seducente di centinaia di sigari si stirava con saudade contro le corde sfibrate di una sudata chitarra, mentre il tempo cercava di penetrare quel canto disperato e profondo. Isabel scostò la ciocca di capelli e vide la sua immagine riflessa contro i cristalli di zucchero del suo bicchiere di vino. Era stropicciata come quella voce, malinconica come quel canto, sola come ognuno di quegli uomini al bancone. Sulle loro braccia i muscoli custodivano la forza degli antichi marinai che da quel porto erano partiti alla volta di altri orizzonti, ignoti come il loro destino.
Prese il bicchiere tra le mani. L’alcol l’avrebbe stordita, rendendola fragile e ancora più sola, ma almeno sarebbe stata libera per un po’. Una ragazza si avvicinò al suo tavolo:
“Cosa prende?”
Scegliere in quel momento sarebbe stato impossibile.
“Un altro di questo”. Così era facile.
Attraverso una piccola finestra aperta sul porto si lasciò incantare dalla nebulosa di luci traballanti. L’aria era gustosa, sapeva di sale. Il cielo era bucato da migliaia di stelle. Meravigliose ma morte.
Prese il cellulare che aveva comprato in uno dei negozi del centro. Lo schermo si illuminò. Aprì una mail e cominciò a scrivere quello che non avrebbe mai confessato se quella sera, in uno dei locali storici di quella città, una voce increspata e impastata di nostalgia e alcol, non le avesse regalato quel nuovo orgasmo di sentimenti. Lei poteva essere ancora viva, vibrare come quella musica, come quelle note in equilibrio sull’anima, destinate a cadere, ma non prima di aver provato la follia di essere incanto.lisbona1 foto