Archivio dell'autore: Vita Iaia

Informazioni su Vita Iaia

Sono nata il 10 di Agosto del 1985, quando il cielo sceglie per una sola notte di baciare la terra... Leggo e scrivo da sempre, perché la mia vita ha bisogno di parole.

Avventura al cinema

Standard

cinema foto 1

Siamo equilibri biologicamente diversi, siamo il risultato strampalato e schizofrenico di una malefica roulette russa, frutto di una superba combinazione di possibilità.

E quale migliore occasione per rendersi conto della diversificazione del genere umano, se non in una delle tante e apparentemente tranquille serate al cinema?

Calmo mercoledì sera. Epidermica felicità di chi ha avuto lo sconto sul costo del biglietto per la fedeltà dimostrata, nel corso degli anni, alle mitiche merendine Kinder che, da qualche tempo, premiano finalmente il tuo incondizionato amore per il cioccolato.

Sala semivuota, tipica atmosfera da giorno feriale. Comitive di sessantenni appartati nella penombra dell’ultima fila, alle prese con strane posizioni yoga nella disperata ricerca dell’inclinazione da divano casalingo; signore profumatissime e super griffate, quasi come fosse la prima della scala.

Breve carrellata di trailler e poi eccolo il tuo film ha inizio.

Titolo del film Lasciati andare e, cari i miei lettori, mai titolo fu più profetico di questo.

Alla mia sinistra, oltre il mio fidanzato famiglia brindisina: mamma, papà, figli, compari e comari di matrimonio, cresime e battesimi. Il loro kit di sopravvivenza prevedeva popcorn, patatine, bibite gassate, merendine e rutto libero.

Alla mia destra un uomo e una donna di provenienza, età e rapporto di parentela non identificati. Cappotto in renna con pelliccia stile igloo, stivali in pelle con laccetto intrecciato, sciarpa cappello e guanti nemmeno fossero al polo nord.

Lasciati andare per chi ancora non lo avesse visto, è un’esilarante commedia nella quale Toni Servillo veste i panni di uno psicanalista alle prese con una stravagante personal trainer spagnola (una bomba sexy tonificata con un sensualissimo accento iberico), ingaggiata per risolvere i suoi problemi con la bilancia. Tra un matrimonio in stand-by e una pancia da sgonfiare, la regia di Francesco Amato ci catapulta in una piacevolissima avventura cittadina.

Ora provate ad immaginare la serie di sketch che possono nascere tra un pacatissimo psicoanalista intellettuale ed una sciroccata personal trainer perennemente nei guai. E provate ad immaginare cosa può accadere nella sala quando alla tua sinistra una ciurma familiare è completamente in balia del riso. Telecronaca delle scene salienti, ripetizione cronometrata delle battute più comiche, commenti di ogni genere sulle chiappe sode inquadrate in primo piano, un maremoto di popcorn e risate che attraversano la barriera del suono e della tua piccola poltroncina.

Alla tua destra invece una situazione di calma marmorea. Nessuna emozione, nessun tentativo di inarcare i muscoli inferiori del viso, nessuna risata, solo due facce lunghe e corrucciate. Sguardo teso, muscoli atrofizzati e, forse, il rimpianto dei cinque euro del biglietto.

Intervallo, palla al centro.

Destra e sinistra, sorrisi rumorosi e facce pietrificate, voglia di stare insieme e profonde solitudini la varietà del nostro essere, la diversità dei nostri sguardi, dei nostri sorrisi, dei nostri modi di interagire con la realtà… La meravigliosa varietà del genere umano.

P.S. Film assolutamente da vedere!!!

Annunci

UN TRENO, L’ITALIA E UNA VALIGIA DI POESIA

Standard

foto-treni-1

Bella l’Italia. Bella signora agghindata, elegante e colorata. Bella la sua essenza bizzarra e multiforme. Belli i volti della sua gente, così simpatica e così geneticamente provinciale, di quella provincialità che custodiamo ricamata nel DNA della nostra appartenenza congenita ad un paese strampalato e informe, stracolmo di sfumature, dialetti e paesaggi. Bella l’Italia in movimento, l’Italia che incontri sui treni di una rete ferroviaria che cerca di attraversare un territorio tanto diverso, provando a tenerci tutti insieme, tessendo una ragnatela di stazioni che hanno il riflesso cangiante delle nostre tante regioni. Bella l’Italia che incroci sui treni, l’Italia che sa di casa e di pettegolezzo, l’Italia che ti ricorda ovunque l’occhietto vispo della tua vicina di casa, l’accento del tuo piccolo microcosmo di provincia o il ricordo lontano di un posto che hai visitato quando eri bambino.

Un viaggio in treno ti regala la bellezza dell’appartenenza ad un popolo che riconosci in te stesso… Allora ti riscopri ad ascoltare storie che sono tanto simili alle tue e ti accorgi che non sei sola e che altre ragazze, come te, hanno chiuso il futuro in una valigia sperando che quella chiamata potesse davvero cambiare tutto. Ti accorgi che ci sono tanti tipi di viaggio, ma ognuno di essi lascia una piccola piega accanto al cuore. Ti accorgi che la nostra Italia non si è ancora arresa e prova a correre ogni giorno sui treni della nostra rete ferroviaria alla ricerca spasmodica di un sogno, del futuro o di un abbraccio lontano rinviato per troppo tempo.

Bella la mia Italia, belli i suoi paesaggi così vari, pennellate di un dipinto di insolita maestria, curato nei dettagli delle sue infinite sfumature.

Bello il mio popolo, belle le sue donne anziane e simpatiche, capaci di chiacchierare per tutto il tempo di una lunga tratta per raccontarsi, durante il viaggio, le tappe di una lunga vita passata a ingoiare delusioni e battaglie, custodite nella profondità delle rughe del volto e nella luminosità di un sorriso di chi alla fine ci è riuscito ad essere un po’ felice. Belle le mie signore vestite di colori e di perle che mi hanno suggerito, tra uno sguardo e l’altro, che si può sopravvivere ad un amore finito, ad un figlio scapestrato e chissà a quale altra calamità naturale. E alla fine ci si può agghindare di colori, stringere una collana di perle al collo, essere belle, imparare ad usare uno smartphone, fare la valigia e concedersi un week end alle terme in compagnia di un’amica simpatica.

Bella “Princesa”, che non ha paura della sua minigonna, dei suoi tacchi, del suo trucco marcato. Bella “Princesa”, che urla al telefono di voler cambiare vita, urla la sua voglia di libertà e la sua voglia di fuggire da quell’amore nascosto, da un amante vigliacco che ha paura della sua stessa natura. Bello il suo sorriso che profuma di esotico, bella la sua pelle colorata da radici lontane di quel paese ustionato dal sole e profumato di caffè, bella la sua anima che urla la necessità di un volo liberatorio, che urla il suo coraggio e il peso della sua valigia tirata con decisione dai suoi muscoli di uomo. Bello il suo sguardo che incrocia il mio, quasi a voler cercar certezze in una fratellanza innata tra donne, che non valuta la natura di un corpo ma la forza di un’anima.

Bella la mia Italia che ogni giorno si mette in movimento sfidando la gravità e la lontananza. Belli i riflessi dei nostri treni e i legami che tessono sulle loro tratte, fitte come ricami e ragnatele.

Una meridionale al nord

Standard

toto-1Capita un po’ di tutto nella vita e, a volte, capita davvero che i sogni si realizzino. Una chiamata improvvisa, una valigia fatta in fretta, il tempo di un saluto che non hai avuto il tempo di metabolizzare. E ti ritrovi catapultata dal tuo caro microcosmo di provincia in una grande città del nord. Ti ritrovi improvvisamente particella fluttuante in un mare di velocità urbana, in una mega corsa collettiva della quale stenti a vedere la meta e anche i volti. Parte di una realtà che parla tante lingue, miscuglio di radici e ricordi, impasto di paesi e storie.E ti ritrovi ad essere straniera.In questo nord che sa di tanti accenti, nel quale senti di poter confondere anche il tuo, convinta del fatto che non ti riconosceranno… E invece no.

Le avventure del tuo DNA meridionale iniziano da subito. Cominciano dal viaggio in treno e dallo strano odore proveniente dalla tua borsa, che comincia a destare sospetti nei compagni di viaggio. Vallo a spiegare ai signori viaggiatori che tua madre crede che al nord non esistano i supermercati e, ha concentrato le derrate alimentari di un mese nella serie di panini ben compressi nell’alluminio e successivamente nella tua borsa. Senza trascurare un paio di litri di acqua, una piantagione di banane e un scorta di cioccolata, per la sopravvivenza, in caso di mancanza d’affetto. Ovviamente non c’è da sbalordirsi se la signora super griffata, che ti siede accanto con il naso puntato a portata di smartphone, ti lancia guanti di sfida con lo sguardo. E non soltanto si lamenta dei suoi collaboratori che vorrebbe “mandare al macero”, ma anche del ritardo di questi treni che dal sud partono spinti a mano.Ma una volta superate le dodici ore di treno, digeriti i dieci panini e sbucciata l’intera piantagione di banane, credi che il gioco finalmente sia fatto e ti prepari a mimetizzarti in questa bella città del nord. E no… Le avventure di una meridionale, proveniente da un microcosmo di provincia, non sono finite: deve interagire con i suoi simili e deve nascondere un accento che viene scambiato per calabrese e lo strano lessico utilizzato nel suo microcosmo di provincia. Perché, cara meridionale in trasferta, il biglietto si chiede per l’autobus e non per il pullman, il conchiglione strabordante di cioccolata qui si chiama lumachina; e se sfiori leggermente con lo sguardo qualcuno devi chiedergli scusa fino allo sfinimento così come fanno loro con chilometriche affermazioni cortesi.

Per il momento dal Norde é tutto. Passo e chiudo.

Cronache di un Natale di Provincia: un uomo, la sua donna e un carrello

Standard

uomo-1Alberi ubriachi di addobbi natalizi, balconi sfavillanti stile Las Vegas, gare di vicinato combattute con folclore fino all’ultima lampadina utile attorcigliata al pezzo di intonaco più estremo.
Ebbene sì, per chi ancora non se ne fosse accorto, siamo ufficialmente in piena atmosfera natalizia.
Quel periodo dell’anno durante il quale l’adrenalina nascosta nel corpo trova valvole di sfogo per inondare la nostra vita tra cene lunghissime e gare di resistenza nell’aria asfissiante dei centri commerciali. Perché il periodo natalizio, ormai si sa, è una dura lotta di resistenza, una lotta di muscoli e nervi tenuti in tensione fino alla notte della vigilia.
Ed io, dopo ghirlande di parole dedicate all’universo femminile, per una volta, proverò a raccontarvi il mondo formato testosterone.
Ma vi siete mai fermati per un attimo a scrutare i volti martoriati degli uomini in questo periodo? Sono scomposizioni cubiste del miglior Picasso, rifacimenti dell’opera più importante di Piero Manzoni, avanguardie psichedeliche di prospettive artistiche.
Tutti in questo periodo cediamo al richiamo consumistico da ipermercato, tutti scendiamo a compromessi con lo spirito da portafoglio del Natale e tutti avvinghiamo quel carrello riempiendolo prima di aspettative e poi di inutili fiocchi colorati. Ed entrati nella bolgia di gente, tredicesime e sudore in movimento trovi loro: gli uomini. Li trovi bivaccati sulle panchine con lo sguardo perso nell’infinito intenti a fissare un punto lontano, li trovi appesi ai carrelli, privi di coscienza, vigilando come attenti cani da guardia, mentre le care mogliettine si perdono negli infiniti scaffali stracarichi di merce. Loro sono lì, soli, silenziosi, sconfitti da quel dovere coniugale che sicuramente il prete avrà letto in quella serie di articoli di quel lontano ormai passato giorno di festa, nel quale non avranno sposato solo una moglie ma anche una mina consumistica pronta ad esplodere.
Non amano i negozi, non amano la confusione, non sanno distinguere la differenza che esiste tra una maglietta malva e una viola, per loro è lo stesso colore, non sanno che il cotone può avere varie percentuali di elastan, vivono benissimo anche senza, EPPURE sono lì. Immobili, pronti ad intervenire in caso di bancarotta, fedeli a quel senso di appartenenza coniugale. Mentre il divano reclamava affetto, gli amici una birra e il cane una passeggiata.
E noi? Facciamo finta di non sentire, non ce ne frega niente della loro birretta, dei loro amici e del cane. Mentre loro aspettano attaccati ai carrelli, pronti a darci ragione, pronti ad assistere alla scelta del prossimo regalo… mentre il Natale incede…

Continua…

uomo-2

Scorci di un microcosmo di provincia: la palestra!

Standard

foto-palestra

Sui campi di battaglia, si sa, prima o poi è necessario firmare un trattato di pace.
Finalmente io e i miei strati adiposi ci siamo riusciti e, dato scrittura alle nostre ultime volontà, abbiamo firmato un accordo e ci siamo iscritti in palestra.
Una catastrofe!
Ma voi ci pensate? Passare dal calduccio del plaid, dalla compagnia di un buon libro aromatizzato dal profumo di una tazza di tè (con biscottini assortiti alla cioccolata di contorno) al freddo clima da obitorio di una palestra.
Non è l’accordo di un trattato di pace: è letteralmente la fine! Un’avventura, una discesa dantesca agli inferi, un inverno sulle cime tempestose della tenuta di Heathcliff non sono nulla al confronto della mia entrata in quel luogo di tortura disumano.
Luce al neon, aria tropicale, affollamento da mega offerta speciale di biscotti al cioccolato e poi lui, il tuo istruttore, che con passo plastico dovuto alla gommosità irreale dei suoi muscoli si avvicina per darti il benvenuto.
“Ciao! Sono contento che ti sia iscritta in palestra. Cominciamo subito!”
Allora, caro amico gommoso, mettiamo subito le cose in chiaro: apparteniamo a due galassie destinate a non incontrarsi mai. Io nella mia vita ho frequentato solo gente simpatica: gelatai, pizzaioli, pasticceri e soprattutto salumieri. Perché il mio mondo, caro amico, è fatto di cioccolata, pizze, gelati, panini strabordanti di affettati. Sai, è un mondo felice. Il tuo… Beh, diciamo è un po’ asettico, plastico, faticoso.
Ma va bene, io ho firmato un trattato di resa e stasera sono qui davanti a te, gommoso amico, pronta a capirti, ascoltarti, assecondarti.
“Allora su cosa dobbiamo lavorare? Qual è il tuo problemino?”
Ecco, due galassie.
Per me, caro amico gommoso, non è stato semplice venire qui, abbandonare il mio divanetto, il vasetto di cioccolata e le mie amiche calorie. Sono anni che non metto un piede in palestra e potrebbero diventare secoli, se tu, Al Capone del bicipite, mi accogli così. I miei non sono problemini, sono scelte di vita e poi, se proprio lo vuoi sapere, mi ero affezionata ai miei chili di troppo ed era diventato difficile dir loro addio. Non c’era bisogno di sottolineare!
Mi faccio forza e confesso le mie colpe. Lui mi guarda e mi dice:
“Tranquilla, avremo tanto da lavorare, ma ci riusciremo. Certo, devi cominciare a bruciare…”
E certo, perché sembra facile a lui gommoso uomo da palestra usare il verbo bruciare. Secondo te se io fossi stata capace di bruciare le mie calorie sarei venuta da te, uomo di un’altra galassia, a chiedere aiuto? Faccio un respiro e lo seguo.
Aria caraibica, l’intera squadra di Baywatch in serie attaccata alle attrezzature intenta ad allenare chilometri di muscoli in trazione. Facce corrucciate, serie, impegnate in quell’attività che appare come una questione di vitale importanza. Provo a sorridere a qualcuno di loro, sfodero la mia faccina simpatica, sussurro anche qualche timido “ciao”. Mi guardano, sono stupiti, si accorgono che i miei muscoli, forse, dormono sotto qualche strato in più di grasso, riconoscono in me una specie a loro sconosciuta, sono il nemico. Mi puntano! Non rispondono ai miei saluti e i loro bicipiti accennano una rivolta.
Sono impaurita, guardo il mio amico gommoso e mi fa segno di salire, devo cominciare a riscaldarmi.
Accende il tapis roulant.
La catastrofe ha inizio!
Continua…

Quando i libri profumano di carta e ricordi

Standard

foto-social-book-day

A volte i ricordi sono impastati di colori, profumi o di pagine.
Ricordate il primo libro che è stato veramente vostro? Lo custodite in una parte importante della vostra biblioteca? E ogni tanto lo sfogliate per sentirne l’odore che ha la fragranza dell’infanzia?
Beh, io il mio primo libro lo conservo gelosamente e ogni tanto torno a rileggere le sue pagine fatte di parole e ricordi.
Un viaggio indimenticabile di Penelope Lively. Titolo premonitore, forse, per l’inizio di quel viaggio nel mondo della letteratura che ancora oggi, a distanza di anni e di tante esperienze vissute, risulta ancora davvero indimenticabile.
I ricordi, si sa, sono scintille preziose di passato, ma ricordo ancora quel sabato pomeriggio con papà che, senza sprecare tante parole come suo solito, mi accompagnò per la prima volta in libreria. Avevo imparato a leggere da qualche mese e con non poca fatica, avevo scoperto che c’era una strana sensazione di benessere nel leggere quei piccoli frammenti di storie sul mio sussidiario. Presi coraggio, quel coraggio che non ho mai avuto per chiedere ai miei genitori delle cose. Feci un bel respiro e chiesi a papà: “Potresti comprarmi un libro?”
“Sciamu”, fu la sua risposta. Secca. Immediata, quasi come se la stesse aspettando da sempre.
Ricordo ancora l’odore dei libri e l’accattivante colore delle loro copertine. Papà uscì a fumare la sua sigaretta e mi aspettò. Vagavo tra quelle storie e le sentivo sussurrarmi strane melodie, poi in fondo allo scaffale vidi questa copertina. Era colorata e c’erano questi due bambini che si tenevano per mano in questo paesaggio di colline. Un viaggio indimenticabile: il titolo mi stregò. Papà pagò il mio libro e mi disse:
“Se lo finisci, sabato prossimo ne compriamo un altro”.
Cominciammo a comprare libri ogni sabato. Lui fumava la sua sigaretta e io sceglievo i miei libri. Titolo dopo titolo, autore dopo autore, storia dopo storia, la mia piccola libreria casalinga cominciò a crescere, così come i piccoli fantasmi che mi facevano compagnia nei silenziosi pomeriggi d’estate. La casa dormiva insieme ai suoi abitanti. Io prendevo i miei libri, mi rintanavo nella mia stanza e cominciavo a dissezionarli.
Una sera papà mi chiamò nella mia stanza. Mi aveva costruito una libreria in legno:
“Così avremo uno spazio dove mettere i tuoi libri”

Sono i ricordi che ci lasciano vivere e abbiamo bisogno di storie per custodirli.
Buon #SocialBookDay a tutti!!!

Non abbiamo nessuna stanza tutta per noi

Standard

donne
“…la prosaica conclusione – che per poter scrivere romanzi o poesie servono cinquecento sterline l’anno e una stanza con una serratura alla porta…”

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé.

Ho subito pensato a lei quando ieri mi sono imbattuta nell’ennesimo articolo che sottolineava la mancanza delle donne nella rosa dei premi letterari più prestigiosi o nella massiva produzione di romanzi. Ci ricordavano ancora una volta che scriviamo troppo poco e che la letteratura, nel ventunesimo secolo, è ancora un mondo prettamente maschile. Forse questo potrebbe cambiare se almeno tutti ci impegnassimo almeno un po’ a smetterla di ghettizzare la produzione letteraria firmata da donne come “letteratura femminile”. Usiamo la stessa materia umana, gli stessi sentimenti, lo stesso codice comunicativo, quindi sinceramente non vedo nessuna differenza.
Povera Virginia, il suo saggio ancora oggi passa inosservato e soprattutto, cosa ancora più grave, non siamo riuscite nonostante anni di lotta ad ottenere le nostre cinquecento sterline e la nostra stanza chiusa da una serratura per cercare di aprire il nostro universo, che vi assicuro è meraviglioso.
Vediamo un po’, io ci ho provato a scrivere una storia, una storia che parlasse delle donne e che le celebrasse nella loro forza e nel loro coraggio. Nessuno dei grandi editori si è degnato di inviarmi una lettera o una mail nella quale fossero spiegati i motivi di una mancata pubblicazione. Non avrei preteso di ricevere chissà quali complimenti, lo so che gli esordienti e le donne non posso avere voce in capitolo, ma avrei tanto voluto, da questi signori che sottolineano la mancanza delle donne in letteratura, alcuni consigli per crescere e migliorare.
Io una stanza tutta per me non ce l’ho; quella nella quale dormo sulla carta non è nemmeno mia. Cari signori che parlate di letteratura femminile, qui la battaglia è ancora dura, qui la situazione è davvero grave, siamo in trincea. Pensate, se tra qualche mese io scegliessi di ascoltare i consigli del mio ministro alla salute, una donna, che mi ricorda che la fertilità potrebbe essere già compromessa dalla mia età biologica e scegliessi di fare un figlio, non soltanto non avrei una stanza tutta per me, ma verrebbero meno anche le cinquecento sterline che riesco a mettere insieme con uno stupido lavoro part-time.
Siamo donne e siamo arrabbiate. Non continuate a provocarci stupidi sfoghi ormonali. Aiutateci a scrivere e a pubblicare, credendo nel nostro talento e non nel bonifico che siamo obbligati a fare per pubblicare, per vedere realizzato un sogno a pagamento. Abbiamo tante cose da raccontare, non abbiate paura, prima o poi saremo tante, ci serve solo quella stanza e quelle maledette cinquecento sterline.

catene