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Giorno 1

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nero

Stanotte sono scappata.

Non per coraggio, quello forse è uno di quei sentimenti liquidi e informi che qualcuno ha deciso non debba appartenermi.

Sono scappata e non so nemmeno come ci sia riuscita.

Stanotte pioveva, il computer era rimasto acceso e il rumore della ventola si confondeva ai respiri del cielo e a quelli di questa dimensione.

Non ho ben capito cosa sta succedendo fuori. Dal luogo in cui mi teneva nascosta, le cose non si percepiscono molto bene, appaiono distorte nella loro realtà. È arrivato qualcosa di molto strano da lontano e tutti hanno cominciato ad avere paura.

Penso avessero dimenticato la paura.

Penso avessero dimenticato un sacco di cose dall’altra parte.

Qualche giorno prima di fuggire, l’ho osservata. Lei aveva una mascherina appesa accanto alla scrivania e un paio di guanti blu.

Non veniva a trovarmi da mesi, penso mi avesse dimenticata.

Da giorni non andava a lavoro, era come se la sua realtà si fosse fermata.

Avranno deciso di riprendere fiato?

Non riesco a decifrare, è tutto confuso.

Però sono riuscita a scappare.

Non riesco a capire bene dove mi trovo ora, ma qui sono da sola, anche se uno strano schermo mi rimanda delle immagini.

Ci sono uomini e donne vestiti di bianco e verde, indossano maschere e guanti di plastica, fanno conti su conti e mi pare di aver capito che quei numeri siano persone.

É arrivato qualcosa di molto strano da lontano e li sta colpendo tutti. Dicono sia una guerra, ma dalle loro barricate il nemico è invisibile.

Sono strani, ne ho avuto la certezza quando lei è venuta a trovarmi la prima volta.

I suoi occhi brillavano, intorno c’era una musica assordante; poi ha cominciato a farmi il solletico, ma non mi ha mai fatto ridere.

Con lei è sempre stata una lotta, una dura lotta.

La signora dalle scarpe di tela

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La sera arriva deforme e puntuale lungo i profili dei quartieri popolari, una serie monocromatica di vecchie scatole dimenticate, accatastate lungo l’orizzonte della città lontana.

Nelle cucine costruite una sull’altra come lego sbiaditi si friggono cibi e sogni surgelati e i muri, poco spessi, trattengono a fatica le urla di stanchezza e di paura. Rifugi umani di cemento dall’alito cattivo che puzza di fogna e solitudine, ragnatele di vite e di stanze che faticosamente si tengono insieme, contro il susseguirsi monotono delle stagioni, dove il tempo sembra non avere sapore.

I quartieri popolari di sera profumano di pietanze riscaldate e di bisogno d’amore.

E mentre il giorno si lascia cadere da qualche altra parte, al di là delle luci stropicciate della città a volte troppo rumorosa e lontana, la signora con le scarpe di tela bianca appare.

Come un fulgore improvviso, mentre la luce dell’illuminazione pubblica prova ad azzannare le strade ormai deserte, la sua chioma, un tempo forse dorata, emerge dal buio melmoso dei condomini ammorbati di umidità e stenti.

Indossa scarpe di tela bianca. Avanza spedita nella luce fioca dei lampioni, trascinando la sua ombra intagliata dal tempo che profuma di sapone di marsiglia e di ricordi. Piccola, curvata ed elegante, ondeggia come la musica ovattata di un carillon e i tessuti delle sue gonne si gonfiano e sembrano respirare, come giovani e colorate promesse.

Indossa scarpe di tela bianca, tocco stonato di contemporaneità che stride con le lunghe gonne fiorate e le giacchette di lana ricamate con preziosi intagli di pizzo. Porta appuntati sul cuore una spilla colorata ed un sorriso elegante. I capelli spazzolati con cura e ondulati secondo la moda degli anni della sua giovinezza, tenuti insieme da uno spruzzo veloce di lacca. Li pettina con cura e quando si lascia consolare dal calore della sua casa li arriccia con bigodini colorati che tiene in piega sotto una retina colorata.

Ogni sera alla stessa ora si concede una passeggiata. Il segreto di quell’appuntamento è nascosto da qualche parte, nel drappeggio delicato della sua pelle, nello spessore dolce delle rughe, nei bagliori silenziosi di quella spilla.

Forse è stato un regalo, un regalo prezioso che qualcuno ha lasciato cadere nelle sue mani giovani, prima che l’artrite e il lavoro nei campi le stropicciassero, prima che il tempo le confondesse i ricordi e i passi, lungo quella strada un po’ aggrovigliata che è stata la sua vita. Ma ogni sera, bellissima nei suoi vestiti colorati e antiquati, continua a cercare un equilibrio elegante, con i piedi fasciati nelle scarpe di tela bianche e con la sua spilla che brilla nel buio di una periferia dimenticata, dove la bellezza troppo spesso gioca a nascondersi.

Avanza elegante e sola. Forse le avranno consigliato di fare quattro passi per conciliare il sonno o per aiutare il suo cuore, cardiopatico e stanco. Forse cammina per aspettare la luna o un soffio di vento, forse spera di incontrare qualcuno o si consola per averlo visto partire.

I suoi occhi guardano lontano, oltre l’asfalto rattoppato e le facciate scrostate dei palazzoni di cemento.

E mentre qualcuno corre con la musica sparata nelle orecchie, mentre una donna rientra carica di spesa e figli, mentre una finestra si chiude per strappare un pezzo di silenzio, lei cammina.

Passo dopo passo, una spilla e un sorriso appuntati sul cuore e le sue scarpe di tela bianche.

Scorci di un microcosmo di provincia: la palestra!

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Sui campi di battaglia, si sa, prima o poi è necessario firmare un trattato di pace.
Finalmente io e i miei strati adiposi ci siamo riusciti e, dato scrittura alle nostre ultime volontà, abbiamo firmato un accordo e ci siamo iscritti in palestra.
Una catastrofe!
Ma voi ci pensate? Passare dal calduccio del plaid, dalla compagnia di un buon libro aromatizzato dal profumo di una tazza di tè (con biscottini assortiti alla cioccolata di contorno) al freddo clima da obitorio di una palestra.
Non è l’accordo di un trattato di pace: è letteralmente la fine! Un’avventura, una discesa dantesca agli inferi, un inverno sulle cime tempestose della tenuta di Heathcliff non sono nulla al confronto della mia entrata in quel luogo di tortura disumano.
Luce al neon, aria tropicale, affollamento da mega offerta speciale di biscotti al cioccolato e poi lui, il tuo istruttore, che con passo plastico dovuto alla gommosità irreale dei suoi muscoli si avvicina per darti il benvenuto.
“Ciao! Sono contento che ti sia iscritta in palestra. Cominciamo subito!”
Allora, caro amico gommoso, mettiamo subito le cose in chiaro: apparteniamo a due galassie destinate a non incontrarsi mai. Io nella mia vita ho frequentato solo gente simpatica: gelatai, pizzaioli, pasticceri e soprattutto salumieri. Perché il mio mondo, caro amico, è fatto di cioccolata, pizze, gelati, panini strabordanti di affettati. Sai, è un mondo felice. Il tuo… Beh, diciamo è un po’ asettico, plastico, faticoso.
Ma va bene, io ho firmato un trattato di resa e stasera sono qui davanti a te, gommoso amico, pronta a capirti, ascoltarti, assecondarti.
“Allora su cosa dobbiamo lavorare? Qual è il tuo problemino?”
Ecco, due galassie.
Per me, caro amico gommoso, non è stato semplice venire qui, abbandonare il mio divanetto, il vasetto di cioccolata e le mie amiche calorie. Sono anni che non metto un piede in palestra e potrebbero diventare secoli, se tu, Al Capone del bicipite, mi accogli così. I miei non sono problemini, sono scelte di vita e poi, se proprio lo vuoi sapere, mi ero affezionata ai miei chili di troppo ed era diventato difficile dir loro addio. Non c’era bisogno di sottolineare!
Mi faccio forza e confesso le mie colpe. Lui mi guarda e mi dice:
“Tranquilla, avremo tanto da lavorare, ma ci riusciremo. Certo, devi cominciare a bruciare…”
E certo, perché sembra facile a lui gommoso uomo da palestra usare il verbo bruciare. Secondo te se io fossi stata capace di bruciare le mie calorie sarei venuta da te, uomo di un’altra galassia, a chiedere aiuto? Faccio un respiro e lo seguo.
Aria caraibica, l’intera squadra di Baywatch in serie attaccata alle attrezzature intenta ad allenare chilometri di muscoli in trazione. Facce corrucciate, serie, impegnate in quell’attività che appare come una questione di vitale importanza. Provo a sorridere a qualcuno di loro, sfodero la mia faccina simpatica, sussurro anche qualche timido “ciao”. Mi guardano, sono stupiti, si accorgono che i miei muscoli, forse, dormono sotto qualche strato in più di grasso, riconoscono in me una specie a loro sconosciuta, sono il nemico. Mi puntano! Non rispondono ai miei saluti e i loro bicipiti accennano una rivolta.
Sono impaurita, guardo il mio amico gommoso e mi fa segno di salire, devo cominciare a riscaldarmi.
Accende il tapis roulant.
La catastrofe ha inizio!
Continua…

Non abbiamo nessuna stanza tutta per noi

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“…la prosaica conclusione – che per poter scrivere romanzi o poesie servono cinquecento sterline l’anno e una stanza con una serratura alla porta…”

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé.

Ho subito pensato a lei quando ieri mi sono imbattuta nell’ennesimo articolo che sottolineava la mancanza delle donne nella rosa dei premi letterari più prestigiosi o nella massiva produzione di romanzi. Ci ricordavano ancora una volta che scriviamo troppo poco e che la letteratura, nel ventunesimo secolo, è ancora un mondo prettamente maschile. Forse questo potrebbe cambiare se almeno tutti ci impegnassimo almeno un po’ a smetterla di ghettizzare la produzione letteraria firmata da donne come “letteratura femminile”. Usiamo la stessa materia umana, gli stessi sentimenti, lo stesso codice comunicativo, quindi sinceramente non vedo nessuna differenza.
Povera Virginia, il suo saggio ancora oggi passa inosservato e soprattutto, cosa ancora più grave, non siamo riuscite nonostante anni di lotta ad ottenere le nostre cinquecento sterline e la nostra stanza chiusa da una serratura per cercare di aprire il nostro universo, che vi assicuro è meraviglioso.
Vediamo un po’, io ci ho provato a scrivere una storia, una storia che parlasse delle donne e che le celebrasse nella loro forza e nel loro coraggio. Nessuno dei grandi editori si è degnato di inviarmi una lettera o una mail nella quale fossero spiegati i motivi di una mancata pubblicazione. Non avrei preteso di ricevere chissà quali complimenti, lo so che gli esordienti e le donne non posso avere voce in capitolo, ma avrei tanto voluto, da questi signori che sottolineano la mancanza delle donne in letteratura, alcuni consigli per crescere e migliorare.
Io una stanza tutta per me non ce l’ho; quella nella quale dormo sulla carta non è nemmeno mia. Cari signori che parlate di letteratura femminile, qui la battaglia è ancora dura, qui la situazione è davvero grave, siamo in trincea. Pensate, se tra qualche mese io scegliessi di ascoltare i consigli del mio ministro alla salute, una donna, che mi ricorda che la fertilità potrebbe essere già compromessa dalla mia età biologica e scegliessi di fare un figlio, non soltanto non avrei una stanza tutta per me, ma verrebbero meno anche le cinquecento sterline che riesco a mettere insieme con uno stupido lavoro part-time.
Siamo donne e siamo arrabbiate. Non continuate a provocarci stupidi sfoghi ormonali. Aiutateci a scrivere e a pubblicare, credendo nel nostro talento e non nel bonifico che siamo obbligati a fare per pubblicare, per vedere realizzato un sogno a pagamento. Abbiamo tante cose da raccontare, non abbiate paura, prima o poi saremo tante, ci serve solo quella stanza e quelle maledette cinquecento sterline.

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SALSA! SALSA! SALSA!

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Salsa!!! Salsa!!! Salsa!!!
Cari lettori, vi informo subito che non mi riferisco a quel genere di danza dai ritmi caraibici, ballata con succinti costumini colorati da ancheggianti e prosperose signorine. Scrivo dal Sud, dal mio meraviglioso microcosmo di provincia, e qui quando si parla di salsa non ci possono essere equivoci: la salsa è una sola e ci si riferisce alla conserva di pomodoro. Tra Luglio e Agosto non ci sono ricorrenze o calamità naturali che possano bloccare o rinviare questa antica tradizione familiare: si deve “fare la salsa”!!!
Da brave formichine laboriose, le donne del sud, durante la lunga e calda estate, preparano le loro scorte invernali: melanzane sott’olio, fichi secchi, pomodori pelati e lei, la regina di tutte le dispense che si rispettino, LA SALSA. Aspetto invitante, colorito rosso pomodoro, polpa profumata di terra, la nostra, ricca di sali minerali, sexy da far paura e da far accapponare gli amidi al più restio degli spaghetti.
Tutto comincia dalla ricerca disperata della materia prima. I più fortunati hanno ancora un nonno o un parente prossimo che si dedica anima e corpo alla coltivazione del pregiatissimo “oro rosso”. Tutti gli altri (categoria alla quale appartiene mia madre), a partire dalla metà di Giugno, cominciano la ricerca del coltivatore diretto da cui acquistare l’indispensabile materia prima.
Poi inizia il divertimento.
Ma andiamo per ordine:

Fase numero 1: Si levano gli odiosi “Puddicini”. Questo significa passare un intero pomeriggio con mamma, nonna e vicine volontarie, a compilare l’aggiornamento annuale delle corna paesane. È qui che si scopre il vero gossip, è qui che nascono le confidenze più personali. Tra un puddicino e l’altro.

Fase Numero 2: Preparazione dei vasetti.

Fase Numero 3: Ore 4,00 del mattino. Suono della sveglia.
Colazione veloce, bisogna agire in fretta prima che il sole sia alto e le mosche decidano di fare baldoria. Bisogna raggiungere il luogo nel quale il rito si compirà e cominciare a lavare i pomodori. Tre bagnetti in tre tine differenti. Devi essere veloce, scaltro e fottutamente forte.

Fase Numero 4: Cottura dei pomodori. Cottura lenta. 40 gradi all’ombra. Punti neri impazziti. Trattamento estetico gratuito offerto dalla padrona di casa. E che te ne fai del vapore dell’estetista! Qui si comunica direttamente con l’inferno in via preferenziale, il vapore è quello buono.

Fase Numero 5: Spremitura dei pomodori e successivo imbottigliamento.

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Ora tutto vi sembrerà un divertentissimo passatempo estivo. E invece no, miei cari lettori. È una commedia all’italiana. Fare la salsa è come una penitenza, una prova alla Ulisse, un rituale di iniziazione al matrimonio. Perché, ogni anno, tutti, la nonna, la zia, la mamma, da quando avevo sei anni, mi ripetono la stessa frase obbligandomi a partecipare al rito:
“T’ata ‘mparai, perceni ci no a maritata ce ‘nciata fa manciai? La salsa cattata?”.
Sfruttamento psicologico della manodopera legalizzato. È così che le bambine vengono iniziate alla preparazione della salsa. Si comincia con un cucchiaino. O, almeno, io ho cominciato così, da quel cucchiaino che il nonno mi faceva usare per spingere la salsa in uscita dalla macchina verso la vasca. Le sue mani e le mie. I ricordi. I suoi sorrisi. Le sue scarpe di plastica marrone e i suoi occhiolini quando giocava a prendere in giro tutte le donne, impazzite intorno alle tine piene di palline rosse. Per loro avremmo dovuto tenerci a distanza per non far cadere nulla nella salsa, allora lui cominciava a ballare con il suo sorriso e così scatenava la baraonda generale. Venivamo cacciati via. Ma questo per me significava la merenda e per lui la sua sigaretta.
Fare la salsa qui, in questo microcosmo di provincia, significa preparare le scorte per l’inverno, ma vuol dire molto di più. Vuol dire parlare durante la lunga preparazione, vuol dire conoscersi. È vero, è un rito della nostra tradizione, serve a costruire legami, serve a conservare ricordi, serve a mantenerci autentici.

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Scorci di un microcosmo di provincia: Giornata al mare, parte 1.

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Andiamo al mare?
Che sinfonia racchiusa in questa frase semplice ed esplicita.
Il mare, quella distesa infinita di acqua capace di risollevare l’anima facendola volare nei movimenti delle sue maree.
Ma il mare, cari lettori, può essere un’infusione diretta di stress aggrovigliato alla bocca dello stomaco. Per arrivare sulla spiaggia e bagnarsi un po’ bisogna seguire un rituale ben preciso…
Domenica mattina, ore 7,00: trillo della sveglia (se vuoi ottenere un posto in prima fila e ricevere il vento benefico del mare e delle sue onde devi necessariamente anticipare tutti. Per fare questo la sveglia deve essere programmata con tattica militare)

Ore 7,30: indossare bikini. Spalmare crema protettiva, indispensabile per l’esposizione prolungata ai raggi del sole (la domenica serve per abbrustolirsi e sfoggiare una cottura a puntino)

Ore 8,00: preparazione della borsa frigo. Chi ha detto che d’estate bisogna mantenersi leggeri? Qui siamo al sud e in un microcosmo di provincia come il nostro a mare si va con:
– teglia di pasta al forno preparata la sera prima
– parmigiana di melanzane
– burratine
– panini farciti a piacere
– focacce, rigorosamente non integrali
– “muloni”, ovviamente intero e immancabilmente ghiacciato con netto anticipo!
– bottiglione di caffè freddo. Congelato!

Il mare non deve di certo annullare il pranzo della domenica! Qui non si rinuncia a niente.
Nemmeno alla verandina con vista sul mare.

Ore 9,00: arrivo sulla spiaggia e costruzione della verandina!
Renzo Piano non potrà mai capire la maestria degli uomini del sud! Essi sfogano il loro poco amore per il mare nella costruzione di un ricovero per mutilati di guerra (quella matrimoniale ovviamente) con una precisa astuzia.
Materiale per la costruzione: tenda, ombrelloni, tavolino di plastica da pic-nic, teli mare enormi (funzionali alla pennichella pomeridiana), sedia per suocere, possibilmente non funzionante (può sempre tornare utile).

0re 9,30: posizionamento suocera.

ore 9,35: risveglio della spiaggia… Arrivo onda di bagnanti.

Li riconosci subito.Sono carovane di teglie farcite di melanzane, sono compagnie di uomini e donne carichi di zaini, borse, ombrelloni, sedie.  Conquistano la spiaggia e sono pronti a fronteggiare battaglie estenuanti per strappare un centimetro di sabbia al vicino. Urleranno, giocheranno a racchettoni tra il tuo naso e i tuoi piedi, arriveranno nell’acqua a bomba mentre tu, solitario bagnante della domenica, starai ancora meditando la bellezza cristallina del nostro mare. Giocheranno a palla nell’acqua e la palla inevitabilmente arriverà sulla tua testa e tu, al richiamo “pallaaa!”, dovrai nuotare anche se non ne hai voglia, recuperare la palla e sorridere, perché al mare sorridono tutti.
Poi proverai ad abbronzarti e qualcuno ti passerà, senza chiedere, uno spruzzo di acqua solare. Qui siamo generosi e quando spruzziamo lo facciamo per noi, il vicino a destra e il vicino a sinistra e nei giorni di maestrale è inevitabile offrire a tutti.
Ah, ovviamente offriamo anche la parmigiana…
Perché in un microcosmo di provincia una giornata al mare deve essere indimenticabile, proprio come la parmigiana per gli enzimi del tuo stomaco.
CONTINUA...

fantozzi mare

 

Cara Bilancia, tu non conosci mia madre!

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carciofi

Carciofi ripieni. Tratti da: La Cucina di Rosetta

 

Cara bilancia,

è da un po’ che non ci si vede ma, sai, le cose qui si sono complicate. Lo so che l’ultima volta sei stata molto chiara con me, sottolineando il fatto di dover necessariamente rimettersi in forma.
Ma tu non conosci mia madre!!!
Io vorrei tanto sollevarti dal peso che affligge la tua coscienza numerica, ma è una lotta difficile, piena di impervie battaglie all’ultima caloria. Convivere con una persona che non ha mai fatto una dieta in vita sua, che frigge qualsiasi cosa le capiti tra le mani e che usa il pane come fedele amico diventa un supplizio, specialmente se sei a dieta.
Cara bilancia, ti racconto cosa è successo ieri…
“Mamma,vado a lavoro! Quando torno alle 17,00 mangio uno yogurt, ok? Non preparare niente”
Accordo firmato con pace internazionale!
Giornata lavorativa come al solito: clienti esigenti, problemi logistici da risolvere e quel senso fraterno di fame insidiato nella bocca dello stomaco. Ma si sa, la vita non è facile per nessuno. Basta sorridere, sorridere sempre.
E alle 17,30, quando sono tornata a casa, mia madre sorrideva…
“Hai fame?”
“No, ora vengo in cucina e mangio uno yogurt” e comincia suadente ad arrivarmi un dolce profumino di cibo, intenso, speziato, sexyssimo. Sì, il cibo è sexy.
Metto la mia bella tutina casalinga ed entro in cucina.
Tavola imbandita, piatto stracolmo pronto a sacrificarsi in nome dei miei strati adiposi e della mia cellulite a buccia d’arancia, perché, si sa, i mali non vengono mai da soli.
“Le ho preparate per papà, ma ho appena spento la cucina, sono ancora calde. E poi sei andata a lavoro, ti sei stancata, sicuramente avrai fame. E po’ ce ata fa cu lu yogurt, ata cresci…
Premesso che non lavoro in una fabbrica, non ho più cinque anni e credo che la mia fase di crescita si sia conclusa da un decennio ormai. Premesso anche che mi piace lo yogurt e adoro i suoi effetti sulla bilancia.
Ma lì sulla tavola c’era un piatto stracolmo di carciofi ripieni e un vassoio di focaccia al pomodoro e mozzarella fumante
Bisogna essere davvero insensibili per restare fermamente convinti di proseguire la propria dieta, dinanzi ad una tavola simile.
In fondo sarà solo qualche caloria, mia madre non usa molti condimenti; sono loro che procreano una volta in luna di miele al caldo!!!
Cara Bilancia, non dubitare delle mie buone intenzioni; la primavera è lunga, vedrai, prima dell’estate mi sentirai con la stessa dolcezza di una piuma, saremo felici insieme e al mare sarò una strafiga!!!
A presto!

P.S. ti saluta mia madre, dice che le farebbe piacere averti ad uno dei suoi fritto party!!!

Nuova sfida per Penelope:Festival del Libro Possibile!!!

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il libro possibileAbbiamo iscritto la nostra Penelope e Nel Profumo dei Gigli  ad un nuovo contest letterario. Questa volta, grazie al vostro aiuto, potremmo ottenere una delle vetrine più importanti del nostro territorio: Festival Il Libro Possibile Di Polignano!!!
Se riuscissimo ad arrivare al primo posto con il maggior numero di Like potremmo aggiudicarci una presentazione del libro proprio durante una delle serate del Festival!!!

Conquistare questo bel traguardo sarebbe fantastico, ma abbiamo bisogno del vostro aiuto per continuare a sognare e per regale una splendida possibilità alla nostra tenace Penelope, che ha ancora voglia di far conoscere e apprezzare la sua storia!!!

Votare e semplicissimo:
* clicca sul link

https://foto-app.appspot.com/app/foto/item/100632460031212/5899592059584512

* lascia il tuo like sulla pagina de Il Festival Del Libro Possibile nel riquadro in alto
* conferma sempre nello stesso riquadro
*clicca ok
*clicca su conferma
* VOTA.
Grazie mille!!!!

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Una romantica cena di San Valentino per due (più o meno)

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14 Febbraio ore 21,30 che la commedia abbia inizio. Ristorantino, bigliettino, appuntamentino, bacino. Una serie interminabile di diminutivi e vezzeggiativi da far invidia all’intero collegio degli accademici della Crusca riuniti in seduta straordinaria per festeggiare ed onorare il Santo dell’Amore.E per una strana magia ti ritrovi alle 21,30 nel bel mezzo del dolce naufragare nel mare infinito dell’umano delirio, seduta ad un tavolo di un ristorantino niente male, inondato di candele e cuoricini, a celebrare l’amore nel bel mezzo di un carnevale brasiliano, seduta accanto a due romantiche coppiette.

Signorina Lato Sinistro: gnocca da far rabbrividire persino Tutankhamon. Calze a rete con fascia di pizzo posizionata perfettamente sotto il bordino della gonna, camicia vedo e non vedo (vedo, vedo) a pois tono su tono e labbra tinte di rosso che fanno pendant con la tovaglia. Seduta dinanzi ad un elegante ragazzotto in giacca e cravatta, visibilmente anestetizzato dai pois.

Signorina Lato Destro: vestitino anni ’30 (dell’800), boccoli veri, come quelli della mia ultima Barbie, incantevole vocina, e uno sguardo perso negli infiniti ghirigori del muro dinanzi a lei, uno sguardo perso nei lontani fumi dei suoi pensieri.

Perché uscire a cena la sera di San Valentino in realtà vuol dire trascorrere una bella serata in compagnia, la compagnia di persone che non hai mai visto in vita tua, ma che continuano ad urtarti con il gomito alitando nel tuo bicchiere. Perché la sera di San Valentino i ristoratori sono così fedeli al concetto di amore e condivisione, tanto da moltiplicare i tavoli e sistemarli uno accanto all’altro, così da poter far sentire tutti “Vicini Vicini”.

Allora diventa inevitabile perdersi nei discorsi della Signorina Lato Sinistro, intenta a ricercare le sue amiche su facebook che in tempo reale stanno postando i loro selfie da “supergnoccastar” per farsi localizzare immediatamente dalle povere amiche single, costrette a film e patatine in compagnia del fedele divano. Paola, Giovanna, Martina… ci sono proprio tutte e tutte sono state localizzate in posti più alla moda. A sottolineare a quel povero ragazzo sfigato in giacca e cravatta che, nonostante i suoi sforzi, ha sbagliato tutto, ma proprio tutto, perché le sue amiche l’hanno fregata, ancora una volta. Eppure a me non sembra essere così delusa dal piatto di paccheri e gamberoni, anzi, sembra aver dimenticato che fino a qualche istante prima stava gravando sulla mia coscienza con i suoi discorsi sul controllo ossessivo delle calorie, mentre io cercavo di mangiare i miei fusilli con carciofi e salsiccia di Norcia, conditi con un po’ di pecorino che sul menù tenevano a sottolineare fosse di masseria.

E la Signorina Lato Sinistro? Immersa in una ascetica contemplazione del suo tortino di verdure, una volta fumante. Impegnata ad eliminare ad una ad una le foglioline di menta amalgamate nell’impasto.

E gli uomini??? Silenziosi. Lontani. Vittime di San Valentino che dall’alto vigila benevolo sul loro portafogli, rigorosamente riempito a sufficienza per onorare la festa dell’amore…

E mentre nel mondo le donne lottano ogni istante per raggiungere la vera parità dei diritti che ci viene negata, la Signorina Lato Sinistro e la Signorina Lato Destro si alzano per andare in bagno proprio quando il cameriere ha portato il conto, ben lontane dell’idea di pagare di tasca propria la cena romantica di San Valentino. E mentre i due uomini si chiedono dove sia andato a farsi fottere il controllo delle calorie che le loro dolci donzelle monitorano quotidianamente con una app, dato che hanno mangiato così tanto e senza scrupolo calorico di coscienza, sono costretti ad obbedire alle regole del galateo e a sborsare, in nome dell’Amore, il conto.

Portata dopo portata la serata scivola via “tra incanti di desideri” e “frasi d’amore sussurrate” in mondo visione tra un selfie e l’altro, tra un “mi piace” e un pettegolezzo. Lontani da Giulietta e il suo balcone, da Heathcliff e la sua follia, dal Professor Piton e dalla sua fedeltà a Lily Potter. Lontani dalla magia delle lettere e dai sospiri centellinati, lontani dalla poesia e dalla bellezza delle parole. Lontani dall’amore.

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Parlando d’amore: intervista alla Signorina Mafalda Russo

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Ho avuto il piacere di incontrare alcuni giorni fa la Signorina Mafalda Russo, protagonista ombrosa e silente di Nel Profumo dei Gigli. Insieme, davanti ad una fumosa tazza di tè, abbiamo chiacchierato sull’amore e sulle sfumature di questo strano sentimento che ha profondamente scalfito la sua vita.
“Signorina Mafalda, l’abbiamo conosciuta attraverso le pagine di un racconto, ma mi è parso di capire che lei abbia tenuto questa storia chiusa in uno scrigno per molti anni della sua vita. Perché?”
“Provi ad immaginare una ferita. Cosa facciamo quando, presi dal panico, ci accorgiamo di esserci fatti mali? Copriamo subito la lacerazione e cerchiamo ad occhi chiusi di fasciarci. Bene, io ho fatto questo, mi sono fasciata per sentire meno dolore.”
“Mi parla di lacerazione e di dolore, ma stiamo parlando di amore. Cos’è per Mafalda l’amore?”
“Una malaria”
“Una malattia, quindi?”
“Ci sono i sintomi, c’è un’evoluzione, un picco ed una lenta guarigione. Ogni malattia ci fortifica e in qualche modo ci rende più energici, ci rende migliori.”
“Si è innamorata da ragazza, e poi?”
“Credo che si ami solo una volta veramente. L’amore ci marchia ed in modo indelebile. Ci si incontra una volta, una sola, eterna volta, e si sceglie di farsi pervadere da una sola corrente… Le altre sono spirali di vento.”
“Quindi ci sta dicendo che non ha amato più…”
“Forse non ha letto la mia storia… Ho amato ogni giorno della mia vita e ho cercato di difendere il mio amore senza sgualcirlo, senza sciuparlo, senza permettere al dolore della delusione di annientarlo… Ho distrutto per un po’ me stessa, ma mai il mio amore.”
“Lo ha difeso?”
“Certo. E continuerò a farlo, perché mi ha insegnato la bellezza della vita, la fragranza dei colori, la poesia della natura e la profondità dell’anima. Ti accorgi di avere un’anima, proprio quando inizi ad amare.”
“Ma nel fare questo ha dimenticato se stessa…”
“Dimentichiamo sempre qualcosa…”

Mi ha lasciato con queste parole, la Signorina Mafalda Russo…
Forse il nostro incontro è stato un bagliore racchiuso in un sogno, in una delle lunghe notti di inverno quando persino le stelle si tengono vicine per farsi compagnia. Forse l’ho incontrata davvero, in uno scontro di ombre e fantasmi… Forse la sua storia non esiste, o forse si rigenera ogni volta che una donna sceglie di amare e di donarsi completamente a questo sentimento. Perché Mafalda appartiene ad ognuno di noi, è il nostro lato più tenace dell’amore. Tutti abbiamo uno scrigno come il suo e come il suo carico di ricordi e vecchie fotografie. Giochiamo a dimenticare certe esperienze, ma non dimentichiamo mai davvero; il ricordo è tenace, e le lacerazioni lasciano sempre cicatrici.
Le sue parole sono forti come uragani e mi sembrava giusto celebrare la sua poetica visione della vita, condividendola con voi che tanto l’avete amata e odiata come personaggio…

Ad maiora e Buon San Valentino, anche se credo che ogni giorno l’amore dovrebbe essere celebrato.cuori