Archivi categoria: Scorci di un microcosmo di provincia

Avventura al cinema

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Siamo equilibri biologicamente diversi, siamo il risultato strampalato e schizofrenico di una malefica roulette russa, frutto di una superba combinazione di possibilità.

E quale migliore occasione per rendersi conto della diversificazione del genere umano, se non in una delle tante e apparentemente tranquille serate al cinema?

Calmo mercoledì sera. Epidermica felicità di chi ha avuto lo sconto sul costo del biglietto per la fedeltà dimostrata, nel corso degli anni, alle mitiche merendine Kinder che, da qualche tempo, premiano finalmente il tuo incondizionato amore per il cioccolato.

Sala semivuota, tipica atmosfera da giorno feriale. Comitive di sessantenni appartati nella penombra dell’ultima fila, alle prese con strane posizioni yoga nella disperata ricerca dell’inclinazione da divano casalingo; signore profumatissime e super griffate, quasi come fosse la prima della scala.

Breve carrellata di trailler e poi eccolo il tuo film ha inizio.

Titolo del film Lasciati andare e, cari i miei lettori, mai titolo fu più profetico di questo.

Alla mia sinistra, oltre il mio fidanzato famiglia brindisina: mamma, papà, figli, compari e comari di matrimonio, cresime e battesimi. Il loro kit di sopravvivenza prevedeva popcorn, patatine, bibite gassate, merendine e rutto libero.

Alla mia destra un uomo e una donna di provenienza, età e rapporto di parentela non identificati. Cappotto in renna con pelliccia stile igloo, stivali in pelle con laccetto intrecciato, sciarpa cappello e guanti nemmeno fossero al polo nord.

Lasciati andare per chi ancora non lo avesse visto, è un’esilarante commedia nella quale Toni Servillo veste i panni di uno psicanalista alle prese con una stravagante personal trainer spagnola (una bomba sexy tonificata con un sensualissimo accento iberico), ingaggiata per risolvere i suoi problemi con la bilancia. Tra un matrimonio in stand-by e una pancia da sgonfiare, la regia di Francesco Amato ci catapulta in una piacevolissima avventura cittadina.

Ora provate ad immaginare la serie di sketch che possono nascere tra un pacatissimo psicoanalista intellettuale ed una sciroccata personal trainer perennemente nei guai. E provate ad immaginare cosa può accadere nella sala quando alla tua sinistra una ciurma familiare è completamente in balia del riso. Telecronaca delle scene salienti, ripetizione cronometrata delle battute più comiche, commenti di ogni genere sulle chiappe sode inquadrate in primo piano, un maremoto di popcorn e risate che attraversano la barriera del suono e della tua piccola poltroncina.

Alla tua destra invece una situazione di calma marmorea. Nessuna emozione, nessun tentativo di inarcare i muscoli inferiori del viso, nessuna risata, solo due facce lunghe e corrucciate. Sguardo teso, muscoli atrofizzati e, forse, il rimpianto dei cinque euro del biglietto.

Intervallo, palla al centro.

Destra e sinistra, sorrisi rumorosi e facce pietrificate, voglia di stare insieme e profonde solitudini la varietà del nostro essere, la diversità dei nostri sguardi, dei nostri sorrisi, dei nostri modi di interagire con la realtà… La meravigliosa varietà del genere umano.

P.S. Film assolutamente da vedere!!!

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UN TRENO, L’ITALIA E UNA VALIGIA DI POESIA

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Bella l’Italia. Bella signora agghindata, elegante e colorata. Bella la sua essenza bizzarra e multiforme. Belli i volti della sua gente, così simpatica e così geneticamente provinciale, di quella provincialità che custodiamo ricamata nel DNA della nostra appartenenza congenita ad un paese strampalato e informe, stracolmo di sfumature, dialetti e paesaggi. Bella l’Italia in movimento, l’Italia che incontri sui treni di una rete ferroviaria che cerca di attraversare un territorio tanto diverso, provando a tenerci tutti insieme, tessendo una ragnatela di stazioni che hanno il riflesso cangiante delle nostre tante regioni. Bella l’Italia che incroci sui treni, l’Italia che sa di casa e di pettegolezzo, l’Italia che ti ricorda ovunque l’occhietto vispo della tua vicina di casa, l’accento del tuo piccolo microcosmo di provincia o il ricordo lontano di un posto che hai visitato quando eri bambino.

Un viaggio in treno ti regala la bellezza dell’appartenenza ad un popolo che riconosci in te stesso… Allora ti riscopri ad ascoltare storie che sono tanto simili alle tue e ti accorgi che non sei sola e che altre ragazze, come te, hanno chiuso il futuro in una valigia sperando che quella chiamata potesse davvero cambiare tutto. Ti accorgi che ci sono tanti tipi di viaggio, ma ognuno di essi lascia una piccola piega accanto al cuore. Ti accorgi che la nostra Italia non si è ancora arresa e prova a correre ogni giorno sui treni della nostra rete ferroviaria alla ricerca spasmodica di un sogno, del futuro o di un abbraccio lontano rinviato per troppo tempo.

Bella la mia Italia, belli i suoi paesaggi così vari, pennellate di un dipinto di insolita maestria, curato nei dettagli delle sue infinite sfumature.

Bello il mio popolo, belle le sue donne anziane e simpatiche, capaci di chiacchierare per tutto il tempo di una lunga tratta per raccontarsi, durante il viaggio, le tappe di una lunga vita passata a ingoiare delusioni e battaglie, custodite nella profondità delle rughe del volto e nella luminosità di un sorriso di chi alla fine ci è riuscito ad essere un po’ felice. Belle le mie signore vestite di colori e di perle che mi hanno suggerito, tra uno sguardo e l’altro, che si può sopravvivere ad un amore finito, ad un figlio scapestrato e chissà a quale altra calamità naturale. E alla fine ci si può agghindare di colori, stringere una collana di perle al collo, essere belle, imparare ad usare uno smartphone, fare la valigia e concedersi un week end alle terme in compagnia di un’amica simpatica.

Bella “Princesa”, che non ha paura della sua minigonna, dei suoi tacchi, del suo trucco marcato. Bella “Princesa”, che urla al telefono di voler cambiare vita, urla la sua voglia di libertà e la sua voglia di fuggire da quell’amore nascosto, da un amante vigliacco che ha paura della sua stessa natura. Bello il suo sorriso che profuma di esotico, bella la sua pelle colorata da radici lontane di quel paese ustionato dal sole e profumato di caffè, bella la sua anima che urla la necessità di un volo liberatorio, che urla il suo coraggio e il peso della sua valigia tirata con decisione dai suoi muscoli di uomo. Bello il suo sguardo che incrocia il mio, quasi a voler cercar certezze in una fratellanza innata tra donne, che non valuta la natura di un corpo ma la forza di un’anima.

Bella la mia Italia che ogni giorno si mette in movimento sfidando la gravità e la lontananza. Belli i riflessi dei nostri treni e i legami che tessono sulle loro tratte, fitte come ricami e ragnatele.

Una meridionale al nord

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toto-1Capita un po’ di tutto nella vita e, a volte, capita davvero che i sogni si realizzino. Una chiamata improvvisa, una valigia fatta in fretta, il tempo di un saluto che non hai avuto il tempo di metabolizzare. E ti ritrovi catapultata dal tuo caro microcosmo di provincia in una grande città del nord. Ti ritrovi improvvisamente particella fluttuante in un mare di velocità urbana, in una mega corsa collettiva della quale stenti a vedere la meta e anche i volti. Parte di una realtà che parla tante lingue, miscuglio di radici e ricordi, impasto di paesi e storie.E ti ritrovi ad essere straniera.In questo nord che sa di tanti accenti, nel quale senti di poter confondere anche il tuo, convinta del fatto che non ti riconosceranno… E invece no.

Le avventure del tuo DNA meridionale iniziano da subito. Cominciano dal viaggio in treno e dallo strano odore proveniente dalla tua borsa, che comincia a destare sospetti nei compagni di viaggio. Vallo a spiegare ai signori viaggiatori che tua madre crede che al nord non esistano i supermercati e, ha concentrato le derrate alimentari di un mese nella serie di panini ben compressi nell’alluminio e successivamente nella tua borsa. Senza trascurare un paio di litri di acqua, una piantagione di banane e un scorta di cioccolata, per la sopravvivenza, in caso di mancanza d’affetto. Ovviamente non c’è da sbalordirsi se la signora super griffata, che ti siede accanto con il naso puntato a portata di smartphone, ti lancia guanti di sfida con lo sguardo. E non soltanto si lamenta dei suoi collaboratori che vorrebbe “mandare al macero”, ma anche del ritardo di questi treni che dal sud partono spinti a mano.Ma una volta superate le dodici ore di treno, digeriti i dieci panini e sbucciata l’intera piantagione di banane, credi che il gioco finalmente sia fatto e ti prepari a mimetizzarti in questa bella città del nord. E no… Le avventure di una meridionale, proveniente da un microcosmo di provincia, non sono finite: deve interagire con i suoi simili e deve nascondere un accento che viene scambiato per calabrese e lo strano lessico utilizzato nel suo microcosmo di provincia. Perché, cara meridionale in trasferta, il biglietto si chiede per l’autobus e non per il pullman, il conchiglione strabordante di cioccolata qui si chiama lumachina; e se sfiori leggermente con lo sguardo qualcuno devi chiedergli scusa fino allo sfinimento così come fanno loro con chilometriche affermazioni cortesi.

Per il momento dal Norde é tutto. Passo e chiudo.

Cronache di un Natale di Provincia: un uomo, la sua donna e un carrello

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uomo-1Alberi ubriachi di addobbi natalizi, balconi sfavillanti stile Las Vegas, gare di vicinato combattute con folclore fino all’ultima lampadina utile attorcigliata al pezzo di intonaco più estremo.
Ebbene sì, per chi ancora non se ne fosse accorto, siamo ufficialmente in piena atmosfera natalizia.
Quel periodo dell’anno durante il quale l’adrenalina nascosta nel corpo trova valvole di sfogo per inondare la nostra vita tra cene lunghissime e gare di resistenza nell’aria asfissiante dei centri commerciali. Perché il periodo natalizio, ormai si sa, è una dura lotta di resistenza, una lotta di muscoli e nervi tenuti in tensione fino alla notte della vigilia.
Ed io, dopo ghirlande di parole dedicate all’universo femminile, per una volta, proverò a raccontarvi il mondo formato testosterone.
Ma vi siete mai fermati per un attimo a scrutare i volti martoriati degli uomini in questo periodo? Sono scomposizioni cubiste del miglior Picasso, rifacimenti dell’opera più importante di Piero Manzoni, avanguardie psichedeliche di prospettive artistiche.
Tutti in questo periodo cediamo al richiamo consumistico da ipermercato, tutti scendiamo a compromessi con lo spirito da portafoglio del Natale e tutti avvinghiamo quel carrello riempiendolo prima di aspettative e poi di inutili fiocchi colorati. Ed entrati nella bolgia di gente, tredicesime e sudore in movimento trovi loro: gli uomini. Li trovi bivaccati sulle panchine con lo sguardo perso nell’infinito intenti a fissare un punto lontano, li trovi appesi ai carrelli, privi di coscienza, vigilando come attenti cani da guardia, mentre le care mogliettine si perdono negli infiniti scaffali stracarichi di merce. Loro sono lì, soli, silenziosi, sconfitti da quel dovere coniugale che sicuramente il prete avrà letto in quella serie di articoli di quel lontano ormai passato giorno di festa, nel quale non avranno sposato solo una moglie ma anche una mina consumistica pronta ad esplodere.
Non amano i negozi, non amano la confusione, non sanno distinguere la differenza che esiste tra una maglietta malva e una viola, per loro è lo stesso colore, non sanno che il cotone può avere varie percentuali di elastan, vivono benissimo anche senza, EPPURE sono lì. Immobili, pronti ad intervenire in caso di bancarotta, fedeli a quel senso di appartenenza coniugale. Mentre il divano reclamava affetto, gli amici una birra e il cane una passeggiata.
E noi? Facciamo finta di non sentire, non ce ne frega niente della loro birretta, dei loro amici e del cane. Mentre loro aspettano attaccati ai carrelli, pronti a darci ragione, pronti ad assistere alla scelta del prossimo regalo… mentre il Natale incede…

Continua…

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Scorci di un microcosmo di provincia: la palestra!

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Sui campi di battaglia, si sa, prima o poi è necessario firmare un trattato di pace.
Finalmente io e i miei strati adiposi ci siamo riusciti e, dato scrittura alle nostre ultime volontà, abbiamo firmato un accordo e ci siamo iscritti in palestra.
Una catastrofe!
Ma voi ci pensate? Passare dal calduccio del plaid, dalla compagnia di un buon libro aromatizzato dal profumo di una tazza di tè (con biscottini assortiti alla cioccolata di contorno) al freddo clima da obitorio di una palestra.
Non è l’accordo di un trattato di pace: è letteralmente la fine! Un’avventura, una discesa dantesca agli inferi, un inverno sulle cime tempestose della tenuta di Heathcliff non sono nulla al confronto della mia entrata in quel luogo di tortura disumano.
Luce al neon, aria tropicale, affollamento da mega offerta speciale di biscotti al cioccolato e poi lui, il tuo istruttore, che con passo plastico dovuto alla gommosità irreale dei suoi muscoli si avvicina per darti il benvenuto.
“Ciao! Sono contento che ti sia iscritta in palestra. Cominciamo subito!”
Allora, caro amico gommoso, mettiamo subito le cose in chiaro: apparteniamo a due galassie destinate a non incontrarsi mai. Io nella mia vita ho frequentato solo gente simpatica: gelatai, pizzaioli, pasticceri e soprattutto salumieri. Perché il mio mondo, caro amico, è fatto di cioccolata, pizze, gelati, panini strabordanti di affettati. Sai, è un mondo felice. Il tuo… Beh, diciamo è un po’ asettico, plastico, faticoso.
Ma va bene, io ho firmato un trattato di resa e stasera sono qui davanti a te, gommoso amico, pronta a capirti, ascoltarti, assecondarti.
“Allora su cosa dobbiamo lavorare? Qual è il tuo problemino?”
Ecco, due galassie.
Per me, caro amico gommoso, non è stato semplice venire qui, abbandonare il mio divanetto, il vasetto di cioccolata e le mie amiche calorie. Sono anni che non metto un piede in palestra e potrebbero diventare secoli, se tu, Al Capone del bicipite, mi accogli così. I miei non sono problemini, sono scelte di vita e poi, se proprio lo vuoi sapere, mi ero affezionata ai miei chili di troppo ed era diventato difficile dir loro addio. Non c’era bisogno di sottolineare!
Mi faccio forza e confesso le mie colpe. Lui mi guarda e mi dice:
“Tranquilla, avremo tanto da lavorare, ma ci riusciremo. Certo, devi cominciare a bruciare…”
E certo, perché sembra facile a lui gommoso uomo da palestra usare il verbo bruciare. Secondo te se io fossi stata capace di bruciare le mie calorie sarei venuta da te, uomo di un’altra galassia, a chiedere aiuto? Faccio un respiro e lo seguo.
Aria caraibica, l’intera squadra di Baywatch in serie attaccata alle attrezzature intenta ad allenare chilometri di muscoli in trazione. Facce corrucciate, serie, impegnate in quell’attività che appare come una questione di vitale importanza. Provo a sorridere a qualcuno di loro, sfodero la mia faccina simpatica, sussurro anche qualche timido “ciao”. Mi guardano, sono stupiti, si accorgono che i miei muscoli, forse, dormono sotto qualche strato in più di grasso, riconoscono in me una specie a loro sconosciuta, sono il nemico. Mi puntano! Non rispondono ai miei saluti e i loro bicipiti accennano una rivolta.
Sono impaurita, guardo il mio amico gommoso e mi fa segno di salire, devo cominciare a riscaldarmi.
Accende il tapis roulant.
La catastrofe ha inizio!
Continua…

E Ferragosto fu!

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E Ferragosto made in sud fu! Con le sue teglie di lasagne, le angurie ghiacciate, i suoi “vestimenti leggeri”. Se sei nato e cresciuto al Sud, Ferragosto ti fa pensare immediatamente ad una tenda da montare alle prime luci dell’alba, quando persino il sole deve ancora sgranchire i suoi raggi, quando l’acqua del mare porta ancora sul volto il velo sottile della frescura notturna. Ma bisogna essere caparbi e lungimiranti per accaparrarsi quel posto in prima fila, quell’angolo di mondo e di spiaggia per rendere omaggio dignitosamente al Ferragosto.

Festa pagana o festa religiosa, diciamoci la verità, poco importa davanti alla nostra teglia di riso, patate e cozze, dinanzi alla sperlunga di affettati misti. Il cibo unisce, il cibo crea legami, il cibo rende felici. E non sbalordirti, caro lettore settentrionale, se nei parchi adiacenti ai siti turistici trovi le famiglie del sud intente a ridere e urlare consumando il pranzo ferragostano. Non ti sorprendere se da casa siamo riusciti a portare tovaglie, ombrelloni, verandine improvvisate, barbecue e ogni tipo di suppellettile. Tutto può tornarci utile durante il nostro accampamento. Non ci scrutare in modo sospetto se usiamo in questo modo un po’ paesano il nostro patrimonio. Siamo assuefatti da tutta questa bellezza, che rischiamo alla fine di non riconoscere e valorizzare nemmeno più. Ma stai tranquillo, la serbiamo in fondo al cuore da qualche parte e ne siamo orgogliosi, forse.

Ora vi chiederete come ho trascorso io il Ferragosto. Vi dico la verità, ho vissuto un’esperienza meravigliosa. Sono scesa attraverso le membra calcaree della mia adorata terra per scrutarla dalla profondità del suo essere bellezza.

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Gita alle Grotte di Castellana. Gita tra i meandri della roccia che con la pazienza di tutti i suoi millenni dà vita all’amore. L’amore che c’è tra due goccioline d’acqua che lentamente costruiscono un monumento fatto di roccia e che forse un giorno si incontreranno, si baceranno e salderanno il loro legame per sempre. La traccia di quell’incontro che crea stupore e scolpisce il ventre gravido della mia terra. La traccia di un amore, la pazienza di una promessa eterna.

Un’esperienza che consiglio con tutto il cuore, mio caro lettore, un’esperienza che ti spinge a riflettere sulla nostra piccola goccia d’esistenza che non ha molto tempo per diventare un monumento naturale e magnifico.

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SALSA! SALSA! SALSA!

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Salsa!!! Salsa!!! Salsa!!!
Cari lettori, vi informo subito che non mi riferisco a quel genere di danza dai ritmi caraibici, ballata con succinti costumini colorati da ancheggianti e prosperose signorine. Scrivo dal Sud, dal mio meraviglioso microcosmo di provincia, e qui quando si parla di salsa non ci possono essere equivoci: la salsa è una sola e ci si riferisce alla conserva di pomodoro. Tra Luglio e Agosto non ci sono ricorrenze o calamità naturali che possano bloccare o rinviare questa antica tradizione familiare: si deve “fare la salsa”!!!
Da brave formichine laboriose, le donne del sud, durante la lunga e calda estate, preparano le loro scorte invernali: melanzane sott’olio, fichi secchi, pomodori pelati e lei, la regina di tutte le dispense che si rispettino, LA SALSA. Aspetto invitante, colorito rosso pomodoro, polpa profumata di terra, la nostra, ricca di sali minerali, sexy da far paura e da far accapponare gli amidi al più restio degli spaghetti.
Tutto comincia dalla ricerca disperata della materia prima. I più fortunati hanno ancora un nonno o un parente prossimo che si dedica anima e corpo alla coltivazione del pregiatissimo “oro rosso”. Tutti gli altri (categoria alla quale appartiene mia madre), a partire dalla metà di Giugno, cominciano la ricerca del coltivatore diretto da cui acquistare l’indispensabile materia prima.
Poi inizia il divertimento.
Ma andiamo per ordine:

Fase numero 1: Si levano gli odiosi “Puddicini”. Questo significa passare un intero pomeriggio con mamma, nonna e vicine volontarie, a compilare l’aggiornamento annuale delle corna paesane. È qui che si scopre il vero gossip, è qui che nascono le confidenze più personali. Tra un puddicino e l’altro.

Fase Numero 2: Preparazione dei vasetti.

Fase Numero 3: Ore 4,00 del mattino. Suono della sveglia.
Colazione veloce, bisogna agire in fretta prima che il sole sia alto e le mosche decidano di fare baldoria. Bisogna raggiungere il luogo nel quale il rito si compirà e cominciare a lavare i pomodori. Tre bagnetti in tre tine differenti. Devi essere veloce, scaltro e fottutamente forte.

Fase Numero 4: Cottura dei pomodori. Cottura lenta. 40 gradi all’ombra. Punti neri impazziti. Trattamento estetico gratuito offerto dalla padrona di casa. E che te ne fai del vapore dell’estetista! Qui si comunica direttamente con l’inferno in via preferenziale, il vapore è quello buono.

Fase Numero 5: Spremitura dei pomodori e successivo imbottigliamento.

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Ora tutto vi sembrerà un divertentissimo passatempo estivo. E invece no, miei cari lettori. È una commedia all’italiana. Fare la salsa è come una penitenza, una prova alla Ulisse, un rituale di iniziazione al matrimonio. Perché, ogni anno, tutti, la nonna, la zia, la mamma, da quando avevo sei anni, mi ripetono la stessa frase obbligandomi a partecipare al rito:
“T’ata ‘mparai, perceni ci no a maritata ce ‘nciata fa manciai? La salsa cattata?”.
Sfruttamento psicologico della manodopera legalizzato. È così che le bambine vengono iniziate alla preparazione della salsa. Si comincia con un cucchiaino. O, almeno, io ho cominciato così, da quel cucchiaino che il nonno mi faceva usare per spingere la salsa in uscita dalla macchina verso la vasca. Le sue mani e le mie. I ricordi. I suoi sorrisi. Le sue scarpe di plastica marrone e i suoi occhiolini quando giocava a prendere in giro tutte le donne, impazzite intorno alle tine piene di palline rosse. Per loro avremmo dovuto tenerci a distanza per non far cadere nulla nella salsa, allora lui cominciava a ballare con il suo sorriso e così scatenava la baraonda generale. Venivamo cacciati via. Ma questo per me significava la merenda e per lui la sua sigaretta.
Fare la salsa qui, in questo microcosmo di provincia, significa preparare le scorte per l’inverno, ma vuol dire molto di più. Vuol dire parlare durante la lunga preparazione, vuol dire conoscersi. È vero, è un rito della nostra tradizione, serve a costruire legami, serve a conservare ricordi, serve a mantenerci autentici.

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