Un anno di noi!!!

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buon-compleannoOggi il blog Le Parole di Organza compie un anno!!!
Un anno pieno di scrittura ed emozioni, un anno di ricami d’inchiostro e pieghe dell’anima che hanno reso la mia vita piena di sfumature e di nuove, esilaranti possibilità.
La scrittura fa parte della mia vita, è cucita sotto la mia pelle e batte rumorosa e irruente a due passi del cuore, tingendo il mio sguardo di uragani e sensazioni.
Questo è stato un anno importante…la nascita di questo blog mi ha dato la possibila di farvi conoscere la mia scrittura e parte delle mie strampalate idee.
Oggi è giorno di festa.
Ringrazio di cuore le persone che mi hanno accompagnato in questa nuova fantastica avventura:
Emmanuela che ha fatto materialmente nascere questo blog e Francesco il mio insostituibile correttore di bozze, senza il quale nulla nella mia vita sarebbe mai possibile.

Confessioni post natalizie di una commessa di provincia…

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commessa fotoEccomi qui, sono tornata.
Sicuramente vi sarete chiesti che fine avessi fatto durante questa lunga assenza dal mio piccolo spazio web. Ebbene, miei cari lettori, ero stata rapita, rapita dal lungo periodo natalizio e dai suoi vorticosi ritmi tribali.
Vi siete mai chiesti che aspetto abbia il fantastico Natale visto dagli occhi di una commessa? Ha il volto della disperazione e le sembianze di un lungo mese di psicoterapia collettiva. Bisogna essere psicologicamente forti e miracolosamente pazienti per superare il mese di Dicembre all’interno di un qualsiasi negozio. Faccio questo lavoro da una decina di anni ma, credetemi, è sempre come se fosse la prima volta.
Tutto ha inizio, come ogni anno, intorno al 10 Dicembre, giorno destinato al ritiro della tanto attesa tredicesima (ovviamente per chi è fortunato da poterla riscuotere, o per chi è ancora più fortunato ad avere un lavoro ed è certo di conservarlo anche dopo lo scattare della mezzanotte del 31 dicembre…) che, intascata come un virus letale, viene immediatamente espulsa dalle famiglie italiane attaccate da una strana frenesia consumistica.
Perché a Natale, si sa, siamo tutti più buoni! E allora bisogna comprare a tutti un regalo con delle caratteristiche imprescindibili: deve essere una cosa strabiliante, esclusiva, qualcosa che lasci a bocca aperta; deve essere colorato, ma non troppo, un bel colore intenso ma non sgargiante; deve essere pratico ma un po’ particolare; ovviamente deve essere lungo ma corto, largo ma stretto, appariscente ma con sobrietà. “E, mia cara signorina commessa, non deve assolutamente mai dimenticare che un regalo, superate tutte le caratteristiche sopraindicate, deve essere soprattutto economico!!!”
E poi bisogna fare attenzione alla confezione, che a Natale è una questione vitale! Il fiocco deve essere grande, vaporoso, scintillante, altrimenti potrebbero guardarti male, disintegrarti se la posizione del fiocchetto pende leggermente o è impercettibilmente imprecisa. Perché la magia del Natale, ormai lo sanno tutti, è nella confezione dei regali. È nascosta nell’apparenza, nella finta luce di un nastrino. Non importa a nessuno il regalo, quell’atto d’amore che ti ricorda di essere importante per qualcuno.
E poi il 24 Dicembre, quando credi che finalmente sia tutto finito e i regali siano stati tutti consegnati e scartati con amore e riconoscenza… ti accorgi che sul calendario, nella conta dei giorni, ti aspetta scoppiettante il 27 Dicembre, il giorno più cangiante dell’anno. Tutti, ma proprio tutti, avranno una buona e valida ragione per cambiare il regalo ricevuto.
Troppo piccolo, troppo grande, troppo colorato, troppo semplice…
Qui la psicoterapia di gruppo per il rafforzamento della personalità diventa una questione di sperimentalismo puro. Perché, miei cari lettori, credetemi, sopravvivere alla magia del Natale per una povera commessa di provincia e soprattutto una questione di p……. polso!!!
Intanto il Natale sarà trascorso al di là delle nostre vetrine cariche di regali, lasciandoci come ogni anno i soliti regali tutt’altro che piacevoli: un bel raffreddore, dovuto sicuramente all’abbassamento delle difese immunitarie che non ce l’avranno fatta a sopportare la signora del regalo bello ma economico, un mal di schiena ormai cronico e un leggero, leggerissimo esaurimento nervoso post-natalizio…
Per le confessioni di una commessa disperata è tutto… ad maiora!!!

Giornata contro la violenza sulle donne

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Giornata-mondiale-contro-la-violenza-sulle-donne
GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE…
Come adoriamo i paroloni messi in fila uno dietro l’altro a creare risonanze ed echi di rumore!
Siamo un popolo che ama celebrare, stilare dati e statistiche, ricordando, contando, riducendo a numero le donne che hanno subito un atto di violenza.
25 Novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita dall’Onu nel 1999;data scelta a ricordo di un brutale assassinio di tre sorelle domenicane uccise e buttate in un burrone. Certo, una giornata dedicata a sensibilizzare e a diffondere informazioni riguardanti la dura lotta quotidiana dell’essere donna.
Ma abbiamo davvero bisogno di giornate che ci ricordino i nostri caduti in guerra, in una guerra cruenta e infinita che combattiamo ogni giorno per la difesa del nostro diritto all’uguaglianza? Ci uccidono, ci picchiano e ci massacrano perché siamo vittime di un sistema che non ci garantisce gli stessi diritti degli uomini. Ci massacrano nelle nostre case, è vero, spesso i nostri mariti ci picchiano riducendoci ad un cumulo di lividi; lo fanno per ignoranza, per disadattamento, per problemi psichici legati al proprio equilibrio mentale… Ma la società in cui viviamo, che tanto ci celebra in queste giornate, non ci tratta allo stesso modo? Barbablù-def
Ci picchia ogni volta che durante un colloquio di lavoro ci chiede se intendiamo nei prossimi anni concepire una vita, o se stiamo progettando un matrimonio, o se siamo disposte a fare doppi, tripli turni di lavoro per preservare il nostro posto. Allora la violenza non è solo quella che si consuma in un rapporto uno ad uno, ma forse la violenza che subiamo nel nostro microcosmo domestico è solo il riflesso di un problema più grande, di una società, di una nazione che ha ancora il coraggio di parlare di quota rosa da garantire come uno zuccherino da dare agli stolti.
Intanto, secondo i dati pubblicati dall’Onu, continuiamo ad essere trattate in modo diverso in ambito lavorativo percependo dal 70% al 90% in meno rispetto alla retribuzione maschile e restando maggiormente disoccupate rispetto agli uomini.
Vorrei ottenere risultati sociali senza che mi fosse ricordato di avere un utero o due ovaie;so già di essere una perfetta creazione divina capace di incubare la vita.
Allora la violenza contro di noi finirà solo quando riconoscerete e preserverete la nostra uguaglianza.

“Per i francesi il mare è una donna.
E anche per me. Solo una donna può essere così mutevole, solo una donna può essere
attraversata nelle sue membra dalle
tempeste e poi accogliere il bacio del sole,
ritornando ad essere bella.
Solo una donna è capace di destreggiare
le maree e di sedurre la luna.”

…momenti di estasi…

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lumache

Ci sono istanti che racchiudono attimi inattesi di felicità…

Basta fermarsi un momento, ascoltare il respiro della natura, rincorrere un bagliore di luce, per essere sorpresi dalla poesia della campagna e dall’amore che in essa palpita. Per accorgersi della magia cangiante della luce, del battito costante della vita, nascosta tra i fili d’erba bagnati di rugiada, tra le fronde degli alberi che cercano di stendere le loro braccia
cariche di frutti, soltanto forse, per solleticare il cielo…
Ed è proprio in mezzo alla natura che ti accorgi di essere piccolo, una particella del tutto, un microcosmo di emozioni fragile e incompleto, una sola pennellate del divino progetto di un artista folle e innamorato. Eppure ti accorgi di essere leggero, di essere sereno e di
avvicinarti per un solo, eterno momento all’idea del paradiso….

Ricami D’inchiostro recensisce La ferocia di Nicola Lagioia

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– una famiglia benestante appesantita dalla coltre della propria posizione sociale
・ una giovane donna, la sua bellezza, l’abisso dei suoi sentimenti
・ un’epoca, la nostra, scandagliata con rigore autoptico

Questo il cocktail velenoso dosato da Nicola Lagioia nel suo La Ferocia, Premio Strega 2015.
Romanzo complesso, chirurgicamente intrecciato, che lentamente lascia sprofondare il lettore nel putrido flusso delle dinamiche malate della nostra società. Una società ammorbata dalla corsa al denaro e al successo che frantuma i rapporti umani, riducendoli ad una rigida maschera di perbenismo e condensandoli in un carosello di ruoli cerulei.
Siamo a Bari tra appalti, uffici e palazzoni di cemento; è questo l’ambiente al quale appartiene la famiglia di Vittorio Salvemini, magnate dell’edilizia. Tre figli, una casa meravigliosa e la magia dell’influenza sociale, un castello poggiato però su fragili alleanze che cominciano a traballare proprio quando Clara, sua figlia, viene trovata morta sull’autostrada.
Lagioia affonda la mano nella nostra quotidiana lotta per il successo e ci accompagna in un viaggio sotterraneo dove Clara, la bellissima protagonista del romanzo, ci prende per mano, lasciandoci camminare al suo fianco lungo i bordi di una notte sbavata contro i fari dell’autostrada. Siamo nudi, spogliati da ogni psicologica difesa, siamo Clara, il suo dolore, la sua resa alla vita. Intorno a noi la lotta spietata di una società allo sfascio, dove la diversità di vedute viene etichettata come menomazione e la debolezza lascia spazio solo alla solitudine. Difficile definire i personaggi: Clara, Michele, Vittorio, Annamaria appaiono anime tormentate difficili da decodificare, intrecciati in una fitta rete di rapporti lontani anni luce dalla purezza dei sentimenti. Già, i sentimenti; nascosti, adombrati, cancellati da un gioco di ruoli pesantemente manovrato dal denaro. Fa paura la prospettiva di Lagioia, la sua Clara angoscia e tormenta in un incalzante parallelismo con il mondo animale dove prevale, sempre, la legge del più forte. A lettura ultimata i pensieri schiaffeggiano la mente di interrogativi e Clara sembra trionfare oltre il limite della morte. Avvincente, infine il personaggio di Michele che controbilancia la lettura di una realtà malata, introducendo la chiave di lettura del possibile stravolgimento degli equilibri, l’unica speranza possibile.

Ricami D’Inchiostro recensisce La vita in Generale di Tito Faraci

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1434797706_11406222_974490389236283_2944028882444042569_o– Una città vorace, incomprensibile, affaristica: Milano
– un esercito forte e invisibile di anime dimenticate
– un capo con una lunga storia alle spalle: il Generale
sono questi gli ingredienti reattivi di La vita in generale, una bella favola moderna creata dalla penna di Tito Faraci e pubblicata per Feltrinelli.
Romanzo spietato e poetico che intreccia nella sua trama il destino di un gruppo di barboni, capitanati dal Generale, alla storia di Rita, giovane imprenditrice sull’orlo del fallimento. L’autore ci accompagna sui bordi di una realtà parallela, dove la vita si vive oltre il limite del visibile, dove gli equilibri sono instabili e il cibo una conquista quotidiana. Tutto sembra consumarsi al di là di una fragile pellicola trasparente che esclude e allontana, proteggendo gli occhi di chi non ha toccato il fondo dell’inferno, di chi non può capire, perché come dice il Generale:

“Per rinascere, bisogna prima morire. E io sono stato un uomo morto. So cosa significa perdere una vita”

Sono proprio queste parole che racchiudono l’incanto della storia, che ci fa attraversare con elegante maestria la vita di Mario Castelli, imprenditore di successo e protagonista di questa discesa agli inferi durante la quale ha perso persino la sua identità, diventando per tutti Il Generale. La favola scorre pagina dopo pagina: le principesse sono donne fasciate di stracci raccolti per strada; le streghe sono i grandi palazzoni di cemento che risplendono attraverso incantesimi mossi dal denaro e gli eroi sono squattrinati barboni. Ed è proprio grazie ai loro occhi che la realtà si deforma, si scompone, riacquistando le sembianze mostruose di un’entità mossa esclusivamente dal denaro, che maciulla e distrugge le vite di ognuno di noi, incatenandoci ad una dipendenza che ci rende schiavi.
Ma proprio come una favola l’eroe alla fine vince la sua battaglia e ci regala il suo trionfo, insegnandoci che l’amicizia e la lealtà rappresentano la nostra vera ricchezza.
Assolutamente da leggere!!!

#socialbookday

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Oggi Libreriamo la piazza digitale per chi ama i libri ha lanciato un hashtag per promuovere la lettura e il mondo della scrittura. #socialbookday un intera giornata dedicata ai libri, durante la quale gli utenti dei social potranno postare le loro foto di libri accompagnati da un breve commento.
Ecco il mio scatto postato sui social. #socialbookday
Rappresenta un legame profondo che risale alla mia adolescenza, quando ho cominciato a leggere i libri di Oriana Fallaci. Oggi ho peccato un pò di superbia, forse ,volendo accostare il suo nome al mio, ma volevo celebrarla ed esprimerle il mio grazie più grande. Da lei ho imparato l’orgoglio di essere donna, ho imparato a credere nella forza della scrittura e soprattutto ad avere coraggio nonostante tutto.
La sua caparbietà mi ha insegnato a credere ai sogni e soprattutto al lavoro e all’intelligenza che permettono di realizzarli.A lei ho dedicato questa giornata, così come a lei è dedicato il nome della protagonista del mio primo lavoro. Penelope rappresenta la forza di tutte le donne che combattono ogni giorno per vincere la nostra guerra, fatta ancora di discriminazione e di violenza. Rappresenta la tenacia nel perseguire i propri sogni e la determinazione nell’attuarli nonostante la società ci faccia pagare ancora il prezzo troppo caro di essere genitrici.

Buon #socialbookday a tutti.

Ricami D’inchiostro recensisce Teresa ha gli occhi secchi di Alberto Colangiulo

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  • teresa immagineUn Pub, il Nostoi Pub, incastrato tra la salsedine del mare e i profumi di una cucina forte che si esprime e imprime per dissonanza di ingredienti.
  • Un uomo, il ‘Vara, personaggio fiabesco dalle mille sfumature. Un acrobata di storie e sentimenti o forse un pirata sfuggito ad una tempesta, finito tra le braccia di un porto e di un donna: Teresa.
  • Teresa, il suo collo seducente e i suoi occhi. Secchi.

Questi gli ingredienti speziati dell’ultimo romanzo di Alberto Colangiulo, autore salentino che abilmente mescola, grazie alla sua penna incantata, dissonanze e opposti, impastando la storia di un omicidio a quella di un porto, espressione di una terra selvaggia e meravigliosa. Troppo bella e incontaminata per essere apprezzata dai suoi abitanti, i Pelacani.
Teresa ha gli occhi secchi, edito da Lupo Editore, rapisce, coinvolge e lascia navigare il lettore tra le onde di una tempesta di sentimenti che schiaffeggiano, costringendo a riflettere sui grandi interrogativi dell’essere umano.
Il ‘Vara primeggia orgogliosamente conscio del suo fascino perverso. Uomo dai mille abissi che induce a far sprofondare l’anima per assaporare davvero la bellezza di una vita che deve sempre essere pienamente vissuta. Quasi come se fosse un piatto, uno dei suoi, dove tutti gli ingredienti si sfidano in una lotta di sapori e dove le dita vanno inzuppate tutte nel piatto, senza galatei, perché solo così il sapore ti attraverserà.
E poi Teresa, donna seducente e silenziosa, che si muove tra le ombre del Nostoi Pub servendo birra e pulendo tavoli. Intorno a lei favole e tempeste si muovono, fasciando il suo corpo di mistero e di bellezza. La sua storia centellinata tra le pagine del romanzo induce ad incollare gli occhi al libro lasciando che la nave guidata dall’autore attraversi un oceano di pensieri, tra indagini e ricordi, tra leggende e ricette, tra l’apparenza e il vero essere.
Magistrale la penna di Colangiulo che riempie di sfumature una storia forte e incisiva.

La lettura del libro crea dipendenza e alla fine ti viene voglia di andare al Nostoi Pub per bere un Bambinello, mangiare maltagliati ruvidi di grano duro con melanzane e cozze, e sopratutto per sentir cantare il ‘Vara e la sua vita, mentre le tue dita affogano nel piatto.

“Dietro ogni azione c’è sempre un sentimento che la muove.
E i sentimenti sono solo due, come in due è diviso il giorno, come in due sono divisi i suoni. O c’è musica o c’è silenzio. O è giorno o è notte. O è amore o è odio. Tutto il resto sono solo sfumature continue di questi opposti. E allora sarà un sentimento dolce, sfumatura dell’amore, che ci farà donare un fiore, o sarà l’invidia, sfumatura dell’odio, a farci commettere brutte azioni, con le mani o con le parole.”

Las puertas de la carne di Angélica Liddell

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IMG_20150927_174658Las Puertas de la carne. Si chiama così lo spettacolo teatrale, ideato dalla regista spagnola Angélica Liddel, a cui ieri sera ho avuto il piacere di assistere a Brindisi presso il Castello Alfonsino.
Lo spettacolo si inserisce nel progetto internazionale Misteri e Fuochi del Teatro Pubblico Pugliese che ha visto coinvolti sei artisti e quattro luoghi lungo la via Francigena pugliese.
La Liddell prova a schiaffeggiare lo spettatore con quadri scenici forti, attraverso i quali cerca di condurre l’anima ad indagare il suo rapporto con il dolore come percorso di consapevolezza umana. Il suo messaggio è forte, così come i mezzi che utilizza per esprimerlo. La sensazione che permea lo spettacolo sembra essere quella della paura, legata all’instabilità umana che tende a farci vacillare dinanzi alla morte, al peccato, alla religione. IMG_20150927_182120
Lo spettacolo è la storia di una donna che rompe las puertas de la carne (le porte della carne) e attraverso una serie di riti cerca di raggiungere la sua salvezza. Sacro e profano si mescolano, dando ampio spazio all’estrosa concezione della religione dell’artista spagnola, mescolata con attenzione alchemica ad oggetti quotidiani.
Il pellegrinaggio ideato con ossessiva cura ci porta verso l’esagerazione del coraggio di vivere che diventa una stanza dove giovani incappucciati si presentano dinanzi a noi con i piedi immobilizzati in scarpe di cemento, dalle quali la speranza sembra sbocciare attraverso rami d’ulivo. Ma ci sono voci in questa stanza, voci che ci raccontano il loro disadattamento alla vita, voci che ci parlano del suicidio. “Gesù muore per salvare il genere umano, – dice una voce – io volevo salvare solo me stessa”. È una donna che parla del dolore. Racconta i suoi tentativi di togliersi la vita. Poi una voce maschile racconta la sua esperienza con la morte; un altro tentativo di suicidio, un’altra vita, un’altra anima che tenta di morire. Il piano dello spettacolo cambia ancora e lo spettatore si ritrova dinanzi a una croce, sotto la quale vi sono due uomini e una donna. Sono loro che hanno raccontato i loro tentativi di suicidio, sono loro che alla fine sfidano la vita, salvando tutti noi nel loro tentativo di morire. Ed è proprio attraverso la loro esperienza che possiamo guardare in faccia la nostra anima. Questo il messaggio racchiuso nello spettacolo della Liddell, espresso da lei stessa anche nelle note di regia: il sacro rappresenta l’unica via di fuga per salvarsi dal materialismo umano. Il nostro essere umani è custodito proprio negli interrogativi che la religione ci suggerisce e attraverso i quali cerchiamo di salvarci attraverso un atto comune, una grande preghiera collettiva.IMG_20150927_185932
Lo spettacolo, che pu・essere definito come una grande installazione artistica, sconvolge grazie alle immagini forti che non vengono manipolate o filtrate, e alla fine, mentre la croce brucia, noi ci salviamo insieme a Gennaro, Patrizia e Carmelo.

“What if I burst the fleshly Gate
And pass, escaped, to thee?”
(Emily Dickinsons)

What is caciocavallo? Cronaca di una mattinata al mercato.

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20150907_110440Lunedì mattina, mercato settimanale, giornata di sole. La vita scivola godereccia e profumata tra i banchi dei venditori ambulanti. Ma cosa sta succedendo accanto al camioncino dei salumi e formaggi? Sento delle risate inondare l’aria e alcune frasi che arrancano attraverso uno strano accento italiano. Mi avvicino. Lo spettacolo è esilarante. Improvvisamente mi sento contagiata da una sensazione di allegria e sempre più curiosa cerco di capire cosa sta succedendo attorno al trionfo di caciocavalli appesi come reali trofei. L’aria profuma di mortadella e salame. Le risate si fanno sempre più fragorose. Finalmente capisco.
Siamo al sud, ricordo, qui le emozioni si condividono, l’ospitalità è sacra, come gli affetti, come la devozione. Qui vendere anche un caciocavallo significa raccontare e regalare una storia. E il salumiere dall’alto del suo furgoncino sta raccontando proprio una storia, quella del suo successo in Cina. Sta raccontando di quella volta che un “Giornalist cinese” ha fatto (perché per lui gli articoli si fanno, non si scrivono) un articolo sul suo strepitoso furgoncino di salumi, articolo rigorosamente pubblicato su un “Cinese giurnal”. Ed ecco, come per magia, che tra una mortadella e un salame sbuca il giornale, completamente scritto in cinese, orgogliosamente sventolato dal salumiere come una medaglia al valor civile. Esistono le prove: il suo furgoncino ha avuto un successone anche in Cina. Sposto lo sguardo sugli spettatori; sono letteralmente euforici, stringono tra le mani un bicchiere di plastica pieno di vino e grandi fette di caciocavallo. Sembrano in adorazione. I loro occhi hanno la grandezza dell’estasi mistica stampata nelle iridi; vorrebbero inginocchiarsi, ne sono sicura, per pregare quel buffo salumiere di donare ancora, come un dio, generosamente.
“No, più migliore della mozzarella!!! Questo lo made noi, qui in Puglia. You stend??? Capisci?” continua DIOSALUMIERECACIOCAVALLO.

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Finalmente capisco: sono turisti inglesi che stanno assaporando il profumo della nostra terra, condensata in quello spicchio di formaggio. Perché in quella fetta c’è il sapore della nostra erba a primavera, il lavoro dei nostri agricoltori, la maestria dei nostri caseari, il calore del sole, la felicità del vento. Vogliono immortalare il loro momento di felicità italiana. Mi propongo per fare la foto e li sento discutere della bontà di quel pezzo di formaggio, quasi come se fosse una delle opere d’arte più importanti al mondo o l’ultimo ritrovato della scienza per beffare la morte.
Sono felici, felici davvero. Scatto la foto. Guardo i loro occhi. Capisco.
Forse vivere qui, o vivere al sud, come qualcuno dice inarcando strani accenti, vuol dire avere la felicità condensata in un pezzo di caciocavallo, vuol dire trovare sempre qualcuno a regalarti un frammento della sua vita, delle sue storie, della sua ospitalità. I turisti sono molto Happy, si assicurano che la foto sia stata scattata e mi ringraziano. Sono sicura che anche loro renderanno famoso il nostro simpatico salumiere e forse questa volta si parlerà di lui su un giornale Made in England.