La signora dalle scarpe di tela

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La sera arriva deforme e puntuale lungo i profili dei quartieri popolari, una serie monocromatica di vecchie scatole dimenticate, accatastate lungo l’orizzonte della città lontana.

Nelle cucine costruite una sull’altra come lego sbiaditi si friggono cibi e sogni surgelati e i muri, poco spessi, trattengono a fatica le urla di stanchezza e di paura. Rifugi umani di cemento dall’alito cattivo che puzza di fogna e solitudine, ragnatele di vite e di stanze che faticosamente si tengono insieme, contro il susseguirsi monotono delle stagioni, dove il tempo sembra non avere sapore.

I quartieri popolari di sera profumano di pietanze riscaldate e di bisogno d’amore.

E mentre il giorno si lascia cadere da qualche altra parte, al di là delle luci stropicciate della città a volte troppo rumorosa e lontana, la signora con le scarpe di tela bianca appare.

Come un fulgore improvviso, mentre la luce dell’illuminazione pubblica prova ad azzannare le strade ormai deserte, la sua chioma, un tempo forse dorata, emerge dal buio melmoso dei condomini ammorbati di umidità e stenti.

Indossa scarpe di tela bianca. Avanza spedita nella luce fioca dei lampioni, trascinando la sua ombra intagliata dal tempo che profuma di sapone di marsiglia e di ricordi. Piccola, curvata ed elegante, ondeggia come la musica ovattata di un carillon e i tessuti delle sue gonne si gonfiano e sembrano respirare, come giovani e colorate promesse.

Indossa scarpe di tela bianca, tocco stonato di contemporaneità che stride con le lunghe gonne fiorate e le giacchette di lana ricamate con preziosi intagli di pizzo. Porta appuntati sul cuore una spilla colorata ed un sorriso elegante. I capelli spazzolati con cura e ondulati secondo la moda degli anni della sua giovinezza, tenuti insieme da uno spruzzo veloce di lacca. Li pettina con cura e quando si lascia consolare dal calore della sua casa li arriccia con bigodini colorati che tiene in piega sotto una retina colorata.

Ogni sera alla stessa ora si concede una passeggiata. Il segreto di quell’appuntamento è nascosto da qualche parte, nel drappeggio delicato della sua pelle, nello spessore dolce delle rughe, nei bagliori silenziosi di quella spilla.

Forse è stato un regalo, un regalo prezioso che qualcuno ha lasciato cadere nelle sue mani giovani, prima che l’artrite e il lavoro nei campi le stropicciassero, prima che il tempo le confondesse i ricordi e i passi, lungo quella strada un po’ aggrovigliata che è stata la sua vita. Ma ogni sera, bellissima nei suoi vestiti colorati e antiquati, continua a cercare un equilibrio elegante, con i piedi fasciati nelle scarpe di tela bianche e con la sua spilla che brilla nel buio di una periferia dimenticata, dove la bellezza troppo spesso gioca a nascondersi.

Avanza elegante e sola. Forse le avranno consigliato di fare quattro passi per conciliare il sonno o per aiutare il suo cuore, cardiopatico e stanco. Forse cammina per aspettare la luna o un soffio di vento, forse spera di incontrare qualcuno o si consola per averlo visto partire.

I suoi occhi guardano lontano, oltre l’asfalto rattoppato e le facciate scrostate dei palazzoni di cemento.

E mentre qualcuno corre con la musica sparata nelle orecchie, mentre una donna rientra carica di spesa e figli, mentre una finestra si chiude per strappare un pezzo di silenzio, lei cammina.

Passo dopo passo, una spilla e un sorriso appuntati sul cuore e le sue scarpe di tela bianche.

La festa patronale: il luogo di una promessa

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Il vociare della gente, come un vento caldo di scirocco, si era insinuato fin dalle ultime luci del tramonto lungo le stradine del centro festoso e addobbato. Fili metallici, come preziose ragnatele, tenevano issate miriadi di lampadine colorate, in un reticolo di ghirigori e di fiori che respiravano quasi fossero animati da pollini di magia. Mani laboriose si intrecciavano ad accenti stranieri, sistemando con invidiabile precisione geometrica bracciali e collane su traballanti bancarelle di plastica.

Un alito di vento solleticò i profili eleganti della piazza e un palloncino variopinto sfuggì al laccio di cotone tenuto dalle mani di un bambino.

Fu in quel momento che mi sembrò di scorgere il tuo profilo altero, le trame del vestito grigio, quello buono, indossato con l’eleganza ruvida degli uomini di altri tempi al matrimonio dei figliocci e dei nipoti. Lo sguardo severo dell’orologio della piazza sembrò sbadigliare e il tempo si riavvolse come una vecchia pellicola in bianco e nero.

La festa patronale, la seconda domenica del mese di luglio, era il luogo della nostra passeggiata. Io ero una bambina, tu un nonno elegante, con la gelatina nei capelli e quel vestito grigio che ti donava un’aria da gran signore. Un intreccio di mani, le nostre. Le tue, callose scolpite dal lavoro di operaio, le mie, piccole, paffute e insicure. Tu mi tenevi forte, avevi paura che io mi perdessi, ma non mi sarei mai mossa dal tuo fianco, la tua ombra sapeva di acqua di colonia e le tue mani custodivano promesse.

La festa patronale ti piaceva. Ma dicevi che bastava andarci una sola volta, la domenica, il giorno della processione e dei fuochi d’artificio, il giorno della nostra passeggiata. Tu avresti comprato la tua busta di noccioline, salutato qualche parente lontano perso di vista, con il quale avresti parlato di innesti e di diritti negati agli operai brindisini; poi avresti comprato qualcosa dalla bancarella che vendeva stoviglie. L’ambulante si agitava come un mostro cattivo e la sua saliva ricadeva sui piatti accatastati con rivoluzionario equilibrio, quasi come una benedizione. Prendeva i piatti, li faceva roteare nelle sue mani da giocoliere e poi li sbatteva sul tavolo di ferro urlando la resistenza della sua porcellana. Uno, due, tre e poi aggiungeva bicchieri e tazze a quella che annunciava come un’offerta imperdibile. Mi faceva paura. Ma tu eri divertito da quei modi di fare e alla fine compravi sempre qualcosa da regalare alla nonna: “Quann’era piccinnu manciammu tutti intra a nu piattu”.

Poi altri sguardi, altri incontri, la musica delle opere famose dei grandi compositori, l’incanto della cassarmonica con la sua cupola di luci a sfidare il cielo e le sue stelle.

L’aria profumava di zucchero e cupeta e i passi scricchiolavano sul tappeto di noccioline lasciate cadere lungo corso Leonardo Leo. La banda suonava trionfale e tu mantenevi la tua promessa, mi regalavi una nuvola di zucchero e un palloncino.

Prima la polvere cadeva al centro di quell’ampolla fatata e al soffio di un vento prodigioso lo stecchino di legno si gonfiava in un dolce sortilegio. I ricordi sono come lo zucchero filato: a volte si sciolgono, ma restano sempre incollati alla pelle.

Poi, in piazza, mi lasciavi scegliere il mio palloncino, dopo aver giurato obbedienza alla mamma e aver promesso di mangiare tutta la frutta dopo ogni pasto.

Era proprio mentre l’aria profumava di acqua di colonia e zucchero a velo che tu prendevi il filo di cotone del palloncino e lo intrecciavi al mio polso, annodando le trame di quella promessa, mentre il cielo sopra di noi esplodeva nella luce di migliaia di lampadine colorate. Palloncino gonfio di speranze e di aria leggera che avrebbe permesso ai sogni di restare attaccati al soffitto della mia stanza per qualche notte.

La festa patronale era il nostro appuntamento, il luogo dove ci saremmo incontrati sotto la luce di migliaia di lampadine, il luogo dove i sogni dei bambini si concretizzano, dove lo zucchero ha il sapore dei ricordi, la musica accarezza gli animi e i palloncini si lasciano sedurre dal cielo carico di stelle.

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Foto di Giuseppe Sacchi

Zampate

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Foto di Rodney Smith

Il cucchiaino affondò nella tazza stracolma di tè. L’odore della pianta si diffuse nella stanza buia. La televisione parlava muta, proiettando ombre lunghe e psichedeliche contro il muro ammuffito dell’appartamento all’ultimo piano di quel vecchio palazzone di periferia.

La vita era corsa veloce e aveva lasciato le sue zampate contro le pareti, annerite e spoglie. Un tempo era stata una casa accogliente, ora era poco più di un ripostiglio per i sogni e per le vecchie gambe stanche.

Alzò la tapparella che cigolando spiegò la città lontana sotto i suoi occhi astigmatici. Le luci brillavano respirando un alito di smog e le automobili correvano inciampando contro i rettilinei di asfalto della circonvallazione. Qualche voce giungeva salendo contro la pelle squamosa della facciata, arrampicandosi sui fili dell’elettricità sospesi. Erano voci sconosciute e lontane. Erano voci di bambini euforici e vecchi stancati dalla vita e dal governo, troppo annoiati, forse, persino per morire.

Il tè smise di fumare. Il freddo aveva conquistato anche le particelle di calore tenute insieme dalla tazza di finta porcellana comprata nel mega negozio cinese dell’angolo.

Sospirando, ingoiò il liquido nero che si confuse nella materia della pancia. La maledetta gastrite, con la quale conviveva da anni, tornava ogni sera a torcergli lo stomaco e rovinargli la cena. Pane e verdura del discount e una birra in lattina da 33cl col sapore di alluminio, acquistata grazie all’ultima offerta settimanale.

“Stronzo”.

Accolse così il visone plastico dell’uomo apparso sullo schermo della televisione. L’immagine si confuse; era colpa del digitale terrestre che ogni tanto faceva i capricci, sfaldandola. Lo aveva installato personalmente dopo averlo comprato di seconda mano.

Alzò il volume. L’uomo di plastica della televisione continuava a parlare. Erano anni che conduceva la stessa campagna elettorale in tv e non era ancora riuscito a stravolgere, nonostante il ventennio nel quale aveva governato, questa merda di paese con le sue stupide promesse da imprenditore farlocco.

Spense dal telecomando, ricordando gli zeri del bonifico della sua pensione, e gli augurò come ogni volta una bella dissenteria.

Era troppo presto per cenare e davvero troppo tardi per fare due passi e magari passare dal circolo. I suoi amici avrebbero respirato nicotina senza di lui quella sera. La città era troppo affascinante dai vetri della sua finestra. L’avrebbe guardata da lì senza sgualcirla con il rumore dei suoi passi stanchi.

Quella città, così diversa dal suo paesino di case e tufi, lasciato per inseguire la fortuna. Ma la fortuna doveva essere proprio una femmina e come tale l’aveva abbandonato, così come tutte le donne che aveva amato. Era fuggita persino sua moglie. Forse ora se la spassava in qualche balera, con il suo nuovo compagno con Mercedes e parrucchino, conosciuto al bar del cinema dopo uno di quei film di Natale che era andata a vedere con la signora della porta accanto.

Scacciò quel ricordo, la città era troppo bella quella sera oltre il vetro.

Se fosse stato un po’ più giovane sarebbe corso a scoparsi a pagamento una ragazza in un hotel di lusso e poi, chissà, magari sarebbe riuscito a farla innamorare del suo corpo flaccido.

Il libro era accanto al tavolino. Fece cadere la sigaretta e come un attore ai bordi del palcoscenico schiarì la voce. Essa, gracchiante e affumicata, si diffuse nella stanza vuota.

La poesia si schiuse come un delicato fiore di carta e inchiostro e il pensiero di un uomo lontano incontrò la solitudine di un altro uomo.

Contro le luci di una città lontana, i vapori inquinati della modernità e le sue strade intricate, due uomini beffarono il tempo, la solitudine e la morte e si amarono nel buio e nel chiarore della parola.

Ricordi di Carnevale

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Un respiro metallico nella notte e la luce della cucina accesa. I fili dispersi per casa, la carta da modello abbandonata sul divano e gli spilli luccicanti e dispettosi come folletti.

“Sali sulla sedia”. Era quella la formula magica che avevo atteso per giorni e che sanciva l’inizio dei preparativi per il mio carnevale.

Tutto cominciava dal metro giallo di plastica numerato.

Il cuore rimbombava nella piccola cassa toracica, le gambe si muovevano scattanti e precipitose e la mente si preparava a ripercorrere lo schedario segreto delle mie principesse. Non avevo ancora scoperto che le favole non appartengono agli uomini e credevo fermamente che un giorno sarei riuscita a volare o a fare piccoli incantesimi con una bacchetta a forma di stella. Nonostante i braccioli nei mesi d’estate, sognavo di governare una nave di pirati e magari scoprire terre ignote persino alla maestra di geografia.

Salivo sulla sedia e cominciavo a trattenere il respiro.

“Resta dritta”. Certo, sarei stata immobile, mentre la mamma si muoveva intorno al mio corpo. Tirava il metro, lo accostava alle mie braccia, poi misurava la vita, il torace e appuntava con meticolosa precisione i numeri su un foglietto di carta, che puntualmente avremmo smarrito.

“Prendi il giornale e vedi che dobbiamo fare quest’anno”.

Scegliere non era facile, quel giornale di modelli conteneva tutto lo scibile del mondo dei bambini: fate, principesse, ballerine, frutti, fiori e piante. Avrei potuto essere qualsiasi cosa o personaggio.

Mia madre mi guardava e alzava le spalle. Poi iniziava a stendere la carta da modello sul tavolo e con un carboncino tirava linee: dritte, curve, spezzate e qualcuna tratteggiata. Io non capivo, mi aveva spiegato tante volte che quella carta sarebbe servita per tagliare la stoffa, ma tutto mi sembrava complicato e surreale allo stesso tempo. Ero convinta che si trattasse di carta magica, perché dopo qualche giorno da quella carta sbucava il mio vestito. Imbastito, certo, ma già reale.

Ricordo ancora l’odore della stoffa, la paura degli spilli sospesi tra fantasia e realtà, la faccia corrucciata della mia sarta personale mentre continuava a tirare e smontare le cuciture di sutura fino all’ultima notte disponibile. Il rumore della macchina da cucire, ritmico e ferroso, i fili del cotone appiccicati ai vestiti di mia madre, la carta da modello abbandonata sulle sedie, l’odore del raso, del tulle e dell’organza.

Tutto sembrava appartenere ad un’altra dimensione.

Il vestito sarebbe stato pronto per la festa di carnevale della scuola e la trasformazione si sarebbe compiuta. Quei pezzi di stoffa colorata avrebbero tracciato le rotte di un viaggio meraviglioso: con il tulle rosso e nero sarei riuscita a ballare il flamenco, con il raso giallo avrei raggiunto la Cina, terra lontana e sconosciuta, con le balze d’organza avrei danzato alzandomi sulle punte.

Il respiro della macchina da cucire, l’odore dei tessuti, i fili svolazzanti per casa. Su tutto le mani di mia madre, che tracciavano sulla carta da modello le rotte segrete del sogno e della fantasia.

Avventura al cinema

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Siamo equilibri biologicamente diversi, siamo il risultato strampalato e schizofrenico di una malefica roulette russa, frutto di una superba combinazione di possibilità.

E quale migliore occasione per rendersi conto della diversificazione del genere umano, se non in una delle tante e apparentemente tranquille serate al cinema?

Calmo mercoledì sera. Epidermica felicità di chi ha avuto lo sconto sul costo del biglietto per la fedeltà dimostrata, nel corso degli anni, alle mitiche merendine Kinder che, da qualche tempo, premiano finalmente il tuo incondizionato amore per il cioccolato.

Sala semivuota, tipica atmosfera da giorno feriale. Comitive di sessantenni appartati nella penombra dell’ultima fila, alle prese con strane posizioni yoga nella disperata ricerca dell’inclinazione da divano casalingo; signore profumatissime e super griffate, quasi come fosse la prima della scala.

Breve carrellata di trailler e poi eccolo il tuo film ha inizio.

Titolo del film Lasciati andare e, cari i miei lettori, mai titolo fu più profetico di questo.

Alla mia sinistra, oltre il mio fidanzato famiglia brindisina: mamma, papà, figli, compari e comari di matrimonio, cresime e battesimi. Il loro kit di sopravvivenza prevedeva popcorn, patatine, bibite gassate, merendine e rutto libero.

Alla mia destra un uomo e una donna di provenienza, età e rapporto di parentela non identificati. Cappotto in renna con pelliccia stile igloo, stivali in pelle con laccetto intrecciato, sciarpa cappello e guanti nemmeno fossero al polo nord.

Lasciati andare per chi ancora non lo avesse visto, è un’esilarante commedia nella quale Toni Servillo veste i panni di uno psicanalista alle prese con una stravagante personal trainer spagnola (una bomba sexy tonificata con un sensualissimo accento iberico), ingaggiata per risolvere i suoi problemi con la bilancia. Tra un matrimonio in stand-by e una pancia da sgonfiare, la regia di Francesco Amato ci catapulta in una piacevolissima avventura cittadina.

Ora provate ad immaginare la serie di sketch che possono nascere tra un pacatissimo psicoanalista intellettuale ed una sciroccata personal trainer perennemente nei guai. E provate ad immaginare cosa può accadere nella sala quando alla tua sinistra una ciurma familiare è completamente in balia del riso. Telecronaca delle scene salienti, ripetizione cronometrata delle battute più comiche, commenti di ogni genere sulle chiappe sode inquadrate in primo piano, un maremoto di popcorn e risate che attraversano la barriera del suono e della tua piccola poltroncina.

Alla tua destra invece una situazione di calma marmorea. Nessuna emozione, nessun tentativo di inarcare i muscoli inferiori del viso, nessuna risata, solo due facce lunghe e corrucciate. Sguardo teso, muscoli atrofizzati e, forse, il rimpianto dei cinque euro del biglietto.

Intervallo, palla al centro.

Destra e sinistra, sorrisi rumorosi e facce pietrificate, voglia di stare insieme e profonde solitudini la varietà del nostro essere, la diversità dei nostri sguardi, dei nostri sorrisi, dei nostri modi di interagire con la realtà… La meravigliosa varietà del genere umano.

P.S. Film assolutamente da vedere!!!

UN TRENO, L’ITALIA E UNA VALIGIA DI POESIA

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Bella l’Italia. Bella signora agghindata, elegante e colorata. Bella la sua essenza bizzarra e multiforme. Belli i volti della sua gente, così simpatica e così geneticamente provinciale, di quella provincialità che custodiamo ricamata nel DNA della nostra appartenenza congenita ad un paese strampalato e informe, stracolmo di sfumature, dialetti e paesaggi. Bella l’Italia in movimento, l’Italia che incontri sui treni di una rete ferroviaria che cerca di attraversare un territorio tanto diverso, provando a tenerci tutti insieme, tessendo una ragnatela di stazioni che hanno il riflesso cangiante delle nostre tante regioni. Bella l’Italia che incroci sui treni, l’Italia che sa di casa e di pettegolezzo, l’Italia che ti ricorda ovunque l’occhietto vispo della tua vicina di casa, l’accento del tuo piccolo microcosmo di provincia o il ricordo lontano di un posto che hai visitato quando eri bambino.

Un viaggio in treno ti regala la bellezza dell’appartenenza ad un popolo che riconosci in te stesso… Allora ti riscopri ad ascoltare storie che sono tanto simili alle tue e ti accorgi che non sei sola e che altre ragazze, come te, hanno chiuso il futuro in una valigia sperando che quella chiamata potesse davvero cambiare tutto. Ti accorgi che ci sono tanti tipi di viaggio, ma ognuno di essi lascia una piccola piega accanto al cuore. Ti accorgi che la nostra Italia non si è ancora arresa e prova a correre ogni giorno sui treni della nostra rete ferroviaria alla ricerca spasmodica di un sogno, del futuro o di un abbraccio lontano rinviato per troppo tempo.

Bella la mia Italia, belli i suoi paesaggi così vari, pennellate di un dipinto di insolita maestria, curato nei dettagli delle sue infinite sfumature.

Bello il mio popolo, belle le sue donne anziane e simpatiche, capaci di chiacchierare per tutto il tempo di una lunga tratta per raccontarsi, durante il viaggio, le tappe di una lunga vita passata a ingoiare delusioni e battaglie, custodite nella profondità delle rughe del volto e nella luminosità di un sorriso di chi alla fine ci è riuscito ad essere un po’ felice. Belle le mie signore vestite di colori e di perle che mi hanno suggerito, tra uno sguardo e l’altro, che si può sopravvivere ad un amore finito, ad un figlio scapestrato e chissà a quale altra calamità naturale. E alla fine ci si può agghindare di colori, stringere una collana di perle al collo, essere belle, imparare ad usare uno smartphone, fare la valigia e concedersi un week end alle terme in compagnia di un’amica simpatica.

Bella “Princesa”, che non ha paura della sua minigonna, dei suoi tacchi, del suo trucco marcato. Bella “Princesa”, che urla al telefono di voler cambiare vita, urla la sua voglia di libertà e la sua voglia di fuggire da quell’amore nascosto, da un amante vigliacco che ha paura della sua stessa natura. Bello il suo sorriso che profuma di esotico, bella la sua pelle colorata da radici lontane di quel paese ustionato dal sole e profumato di caffè, bella la sua anima che urla la necessità di un volo liberatorio, che urla il suo coraggio e il peso della sua valigia tirata con decisione dai suoi muscoli di uomo. Bello il suo sguardo che incrocia il mio, quasi a voler cercar certezze in una fratellanza innata tra donne, che non valuta la natura di un corpo ma la forza di un’anima.

Bella la mia Italia che ogni giorno si mette in movimento sfidando la gravità e la lontananza. Belli i riflessi dei nostri treni e i legami che tessono sulle loro tratte, fitte come ricami e ragnatele.

Una meridionale al nord

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toto-1Capita un po’ di tutto nella vita e, a volte, capita davvero che i sogni si realizzino. Una chiamata improvvisa, una valigia fatta in fretta, il tempo di un saluto che non hai avuto il tempo di metabolizzare. E ti ritrovi catapultata dal tuo caro microcosmo di provincia in una grande città del nord. Ti ritrovi improvvisamente particella fluttuante in un mare di velocità urbana, in una mega corsa collettiva della quale stenti a vedere la meta e anche i volti. Parte di una realtà che parla tante lingue, miscuglio di radici e ricordi, impasto di paesi e storie.E ti ritrovi ad essere straniera.In questo nord che sa di tanti accenti, nel quale senti di poter confondere anche il tuo, convinta del fatto che non ti riconosceranno… E invece no.

Le avventure del tuo DNA meridionale iniziano da subito. Cominciano dal viaggio in treno e dallo strano odore proveniente dalla tua borsa, che comincia a destare sospetti nei compagni di viaggio. Vallo a spiegare ai signori viaggiatori che tua madre crede che al nord non esistano i supermercati e, ha concentrato le derrate alimentari di un mese nella serie di panini ben compressi nell’alluminio e successivamente nella tua borsa. Senza trascurare un paio di litri di acqua, una piantagione di banane e un scorta di cioccolata, per la sopravvivenza, in caso di mancanza d’affetto. Ovviamente non c’è da sbalordirsi se la signora super griffata, che ti siede accanto con il naso puntato a portata di smartphone, ti lancia guanti di sfida con lo sguardo. E non soltanto si lamenta dei suoi collaboratori che vorrebbe “mandare al macero”, ma anche del ritardo di questi treni che dal sud partono spinti a mano.Ma una volta superate le dodici ore di treno, digeriti i dieci panini e sbucciata l’intera piantagione di banane, credi che il gioco finalmente sia fatto e ti prepari a mimetizzarti in questa bella città del nord. E no… Le avventure di una meridionale, proveniente da un microcosmo di provincia, non sono finite: deve interagire con i suoi simili e deve nascondere un accento che viene scambiato per calabrese e lo strano lessico utilizzato nel suo microcosmo di provincia. Perché, cara meridionale in trasferta, il biglietto si chiede per l’autobus e non per il pullman, il conchiglione strabordante di cioccolata qui si chiama lumachina; e se sfiori leggermente con lo sguardo qualcuno devi chiedergli scusa fino allo sfinimento così come fanno loro con chilometriche affermazioni cortesi.

Per il momento dal Norde é tutto. Passo e chiudo.

Cronache di un Natale di Provincia: un uomo, la sua donna e un carrello

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uomo-1Alberi ubriachi di addobbi natalizi, balconi sfavillanti stile Las Vegas, gare di vicinato combattute con folclore fino all’ultima lampadina utile attorcigliata al pezzo di intonaco più estremo.
Ebbene sì, per chi ancora non se ne fosse accorto, siamo ufficialmente in piena atmosfera natalizia.
Quel periodo dell’anno durante il quale l’adrenalina nascosta nel corpo trova valvole di sfogo per inondare la nostra vita tra cene lunghissime e gare di resistenza nell’aria asfissiante dei centri commerciali. Perché il periodo natalizio, ormai si sa, è una dura lotta di resistenza, una lotta di muscoli e nervi tenuti in tensione fino alla notte della vigilia.
Ed io, dopo ghirlande di parole dedicate all’universo femminile, per una volta, proverò a raccontarvi il mondo formato testosterone.
Ma vi siete mai fermati per un attimo a scrutare i volti martoriati degli uomini in questo periodo? Sono scomposizioni cubiste del miglior Picasso, rifacimenti dell’opera più importante di Piero Manzoni, avanguardie psichedeliche di prospettive artistiche.
Tutti in questo periodo cediamo al richiamo consumistico da ipermercato, tutti scendiamo a compromessi con lo spirito da portafoglio del Natale e tutti avvinghiamo quel carrello riempiendolo prima di aspettative e poi di inutili fiocchi colorati. Ed entrati nella bolgia di gente, tredicesime e sudore in movimento trovi loro: gli uomini. Li trovi bivaccati sulle panchine con lo sguardo perso nell’infinito intenti a fissare un punto lontano, li trovi appesi ai carrelli, privi di coscienza, vigilando come attenti cani da guardia, mentre le care mogliettine si perdono negli infiniti scaffali stracarichi di merce. Loro sono lì, soli, silenziosi, sconfitti da quel dovere coniugale che sicuramente il prete avrà letto in quella serie di articoli di quel lontano ormai passato giorno di festa, nel quale non avranno sposato solo una moglie ma anche una mina consumistica pronta ad esplodere.
Non amano i negozi, non amano la confusione, non sanno distinguere la differenza che esiste tra una maglietta malva e una viola, per loro è lo stesso colore, non sanno che il cotone può avere varie percentuali di elastan, vivono benissimo anche senza, EPPURE sono lì. Immobili, pronti ad intervenire in caso di bancarotta, fedeli a quel senso di appartenenza coniugale. Mentre il divano reclamava affetto, gli amici una birra e il cane una passeggiata.
E noi? Facciamo finta di non sentire, non ce ne frega niente della loro birretta, dei loro amici e del cane. Mentre loro aspettano attaccati ai carrelli, pronti a darci ragione, pronti ad assistere alla scelta del prossimo regalo… mentre il Natale incede…

Continua…

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Scorci di un microcosmo di provincia: la palestra!

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Sui campi di battaglia, si sa, prima o poi è necessario firmare un trattato di pace.
Finalmente io e i miei strati adiposi ci siamo riusciti e, dato scrittura alle nostre ultime volontà, abbiamo firmato un accordo e ci siamo iscritti in palestra.
Una catastrofe!
Ma voi ci pensate? Passare dal calduccio del plaid, dalla compagnia di un buon libro aromatizzato dal profumo di una tazza di tè (con biscottini assortiti alla cioccolata di contorno) al freddo clima da obitorio di una palestra.
Non è l’accordo di un trattato di pace: è letteralmente la fine! Un’avventura, una discesa dantesca agli inferi, un inverno sulle cime tempestose della tenuta di Heathcliff non sono nulla al confronto della mia entrata in quel luogo di tortura disumano.
Luce al neon, aria tropicale, affollamento da mega offerta speciale di biscotti al cioccolato e poi lui, il tuo istruttore, che con passo plastico dovuto alla gommosità irreale dei suoi muscoli si avvicina per darti il benvenuto.
“Ciao! Sono contento che ti sia iscritta in palestra. Cominciamo subito!”
Allora, caro amico gommoso, mettiamo subito le cose in chiaro: apparteniamo a due galassie destinate a non incontrarsi mai. Io nella mia vita ho frequentato solo gente simpatica: gelatai, pizzaioli, pasticceri e soprattutto salumieri. Perché il mio mondo, caro amico, è fatto di cioccolata, pizze, gelati, panini strabordanti di affettati. Sai, è un mondo felice. Il tuo… Beh, diciamo è un po’ asettico, plastico, faticoso.
Ma va bene, io ho firmato un trattato di resa e stasera sono qui davanti a te, gommoso amico, pronta a capirti, ascoltarti, assecondarti.
“Allora su cosa dobbiamo lavorare? Qual è il tuo problemino?”
Ecco, due galassie.
Per me, caro amico gommoso, non è stato semplice venire qui, abbandonare il mio divanetto, il vasetto di cioccolata e le mie amiche calorie. Sono anni che non metto un piede in palestra e potrebbero diventare secoli, se tu, Al Capone del bicipite, mi accogli così. I miei non sono problemini, sono scelte di vita e poi, se proprio lo vuoi sapere, mi ero affezionata ai miei chili di troppo ed era diventato difficile dir loro addio. Non c’era bisogno di sottolineare!
Mi faccio forza e confesso le mie colpe. Lui mi guarda e mi dice:
“Tranquilla, avremo tanto da lavorare, ma ci riusciremo. Certo, devi cominciare a bruciare…”
E certo, perché sembra facile a lui gommoso uomo da palestra usare il verbo bruciare. Secondo te se io fossi stata capace di bruciare le mie calorie sarei venuta da te, uomo di un’altra galassia, a chiedere aiuto? Faccio un respiro e lo seguo.
Aria caraibica, l’intera squadra di Baywatch in serie attaccata alle attrezzature intenta ad allenare chilometri di muscoli in trazione. Facce corrucciate, serie, impegnate in quell’attività che appare come una questione di vitale importanza. Provo a sorridere a qualcuno di loro, sfodero la mia faccina simpatica, sussurro anche qualche timido “ciao”. Mi guardano, sono stupiti, si accorgono che i miei muscoli, forse, dormono sotto qualche strato in più di grasso, riconoscono in me una specie a loro sconosciuta, sono il nemico. Mi puntano! Non rispondono ai miei saluti e i loro bicipiti accennano una rivolta.
Sono impaurita, guardo il mio amico gommoso e mi fa segno di salire, devo cominciare a riscaldarmi.
Accende il tapis roulant.
La catastrofe ha inizio!
Continua…

Quando i libri profumano di carta e ricordi

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A volte i ricordi sono impastati di colori, profumi o di pagine.
Ricordate il primo libro che è stato veramente vostro? Lo custodite in una parte importante della vostra biblioteca? E ogni tanto lo sfogliate per sentirne l’odore che ha la fragranza dell’infanzia?
Beh, io il mio primo libro lo conservo gelosamente e ogni tanto torno a rileggere le sue pagine fatte di parole e ricordi.
Un viaggio indimenticabile di Penelope Lively. Titolo premonitore, forse, per l’inizio di quel viaggio nel mondo della letteratura che ancora oggi, a distanza di anni e di tante esperienze vissute, risulta ancora davvero indimenticabile.
I ricordi, si sa, sono scintille preziose di passato, ma ricordo ancora quel sabato pomeriggio con papà che, senza sprecare tante parole come suo solito, mi accompagnò per la prima volta in libreria. Avevo imparato a leggere da qualche mese e con non poca fatica, avevo scoperto che c’era una strana sensazione di benessere nel leggere quei piccoli frammenti di storie sul mio sussidiario. Presi coraggio, quel coraggio che non ho mai avuto per chiedere ai miei genitori delle cose. Feci un bel respiro e chiesi a papà: “Potresti comprarmi un libro?”
“Sciamu”, fu la sua risposta. Secca. Immediata, quasi come se la stesse aspettando da sempre.
Ricordo ancora l’odore dei libri e l’accattivante colore delle loro copertine. Papà uscì a fumare la sua sigaretta e mi aspettò. Vagavo tra quelle storie e le sentivo sussurrarmi strane melodie, poi in fondo allo scaffale vidi questa copertina. Era colorata e c’erano questi due bambini che si tenevano per mano in questo paesaggio di colline. Un viaggio indimenticabile: il titolo mi stregò. Papà pagò il mio libro e mi disse:
“Se lo finisci, sabato prossimo ne compriamo un altro”.
Cominciammo a comprare libri ogni sabato. Lui fumava la sua sigaretta e io sceglievo i miei libri. Titolo dopo titolo, autore dopo autore, storia dopo storia, la mia piccola libreria casalinga cominciò a crescere, così come i piccoli fantasmi che mi facevano compagnia nei silenziosi pomeriggi d’estate. La casa dormiva insieme ai suoi abitanti. Io prendevo i miei libri, mi rintanavo nella mia stanza e cominciavo a dissezionarli.
Una sera papà mi chiamò nella mia stanza. Mi aveva costruito una libreria in legno:
“Così avremo uno spazio dove mettere i tuoi libri”

Sono i ricordi che ci lasciano vivere e abbiamo bisogno di storie per custodirli.
Buon #SocialBookDay a tutti!!!